Una società che non contempla luoghi in cui trasmettere questo ‘patrimonio’ compie una doppia perdita: isola chi possiede quelle conoscenze e priva i più giovani della possibilità di riceverle. Perché allora non trasformare le scuole, diffuse su tutto il territorio, in HUB intergenerazionali? Per molto tempo abbiamo rappresentato la popolazione come una piramide: molti giovani alla base, meno adulti nelle fasce intermedie, pochi anziani al vertice. Quella piramide non esiste più e la struttura demografica italiana assomiglia sempre più a una cipolla: una base giovane che si restringe, generazioni adulte numerose e una popolazione anziana che cresce e vive più a lungo.
Questa trasformazione demografica sta modificando profondamente anche l’organizzazione della società.
Nello stesso Paese convivono oggi generazioni nate in epoche profondamente differenti: persone cresciute quando la televisione non era ancora presente nelle case e bambini che incontrano l’intelligenza artificiale prima ancora di diventare adolescenti.
La longevità è una delle grandi conquiste della nostra società. Ma l’aumento degli anni di vita porta con sé una questione ‘nuova’: come fare in modo che quegli anni conservino relazioni, autonomia e partecipazione.
Quando una persona anziana perde progressivamente relazioni, occasioni di uscire, responsabilità, stimoli e contatti quotidiani, c’è un impoverimento dell’esperienza, e il suo mondo si restringe.
Esiste uno spazio enorme tra la piena autonomia e la non autosufficienza: è lo spazio della prevenzione, della socialità, dell’attività, dell’apprendimento, della partecipazione.
Uno spazio che oggi le politiche pubbliche presidiano solo in parte e in modo separato o settoriale.
Parlando di invecchiamento della popolazione, tendiamo a descrivere milioni di persone prevalentemente attraverso ciò di cui hanno bisogno, molto meno attraverso ciò che possono dare: un artigiano possiede conoscenze maturate con l’esperienza, un insegnante conserva una lunga pratica educativa, un agricoltore conosce il territorio e le sue trasformazioni.
Una società che non contempla luoghi in cui trasmettere questo ‘patrimonio’ compie una doppia perdita: isola chi possiede quelle conoscenze e priva i più giovani della possibilità di riceverle.
Perché allora non trasformare le scuole, diffuse su tutto il territorio, in HUB intergenerazionali?
Un ragazzo può non sapere riparare un oggetto che suo nonno avrebbe saputo smontare e ricostruire. Ma può possedere una familiarità con strumenti digitali che per una persona anziana rappresentano una barriera crescente: prenotare una visita, riconoscere una truffa online o anche solo accedere allo SPID, sono attività apparentemente semplici che possono determinare, sempre di più, il grado di autonomia di una persona.
Nell’ipotesi dell’Hub Intergenerazionale, la persona anziana a scuola non entrerebbe soltanto come destinatario di un servizio ma come portatore di esperienza: costruttore anch’egli di welfare.
Ad oggi, in Italia, è ampiamente riconosciuto che è la famiglia a intervenire come ‘ammortizzatore invisibile’. Quando chiude una scuola, qualcuno deve occuparsi dei bambini; quando una persona anziana perde autonomia, qualcuno deve accompagnarla; quando i servizi non coincidono con gli orari del lavoro, qualcuno deve ridurre il proprio tempo lavorativo.
Quel ‘qualcuno’, in Italia, è ancora molto spesso una donna. (I dati INAPP mostrano con particolare nettezza questa asimmetria: fra le persone inattive tra i 15 e i 64 anni, dichiara di non lavorare per ragioni di cura il 34% delle donne, contro il 2,8 degli uomini).
Il lavoro di cura familiare continua a rappresentare una componente enorme del funzionamento della società italiana. Cura dei figli e cura degli anziani possono inoltre sovrapporsi nella stessa fase della vita, comprimendo possibilità professionali, reddito e autonomia.
Ogni ora di lavoro qualificato che una persona è costretta ad abbandonare perché non esiste un’infrastruttura sociale adeguata ha un costo che raramente compare nel bilancio del servizio che manca. Compare nel reddito familiare, nella partecipazione femminile al lavoro, nelle carriere interrotte, nelle pensioni future, nella produttività del Paese.
È qui che la disponibilità di luoghi di prossimità aperti oltre l’orario scolastico acquista anche un significato economico e sociale.
Nel frattempo, cambia il lavoro: alla trasformazione demografica si sovrappone quella tecnologica.
L’intelligenza artificiale non eliminerà semplicemente alcune professioni e ne creerà altre, sembra proprio che cambierà il contenuto di moltissimi lavori.
Attività che fino a ieri richiedevano competenze specialistiche potranno essere svolte, almeno in parte, con l’assistenza di sistemi artificiali. Alcune capacità perderanno valore economico, altre probabilmente ne acquisteranno.
La sequenza tradizionale — studio, lavoro, pensione — diventa sempre meno adatta a descrivere una vita che può attraversare numerose trasformazioni tecnologiche e professionali.
Forse non possiamo sapere con precisione quali lavori esisteranno tra trent’anni, però possiamo sapere quale caratteristica diventerà indispensabile, cioè la capacità di continuare ad apprendere: questa credo sia la fondamentale attitudine per agire con resilienza.
Una società nella quale l’apprendimento termina con la scuola è poco attrezzata per affrontare trasformazioni di questa portata. Il rischio è che le distanze tra generazioni aumentino proprio mentre avremmo bisogno di maggiori occasioni di scambio.
La coesione sociale nasce dalla frequentazione, dal fare qualcosa insieme, persino dall’esperienza concreta del dipendere - almeno qualche volta - gli uni dagli altri.
Anche la tecnologia che ci rende autonomi deriva dal lavoro di altri, ma non possiamo farne esperienza diretta e ci illudiamo che il bottone che spingiamo ci rende indipendenti da chiunque altro.
Se anche - nella più ottimistica delle previsioni - l’intelligenza artificiale ci aiutasse a costruire una società più efficiente, non è detto che aiuti a renderla più felice.
Una società efficiente può diventare, nello stesso tempo, una società senza incontri. E senza incontri diminuisce la possibilità di comprendere chi è diverso da noi. Così la coesione sociale evapora, come nell’Alzheimer la memoria di una persona.
Gli HUB potrebbero creare un punto di contatto tra ambiti che oggi affrontiamo prevalentemente attraverso politiche separate: educazione e formazione, invecchiamento attivo, inclusione digitale, conciliazione tra lavoro e cura, prevenzione e coesione sociale.
E se l’apprendimento deve accompagnare l’intero arco della vita, anche i luoghi che gli abbiamo storicamente destinato possono ampliare la loro funzione.
Questo non significa attribuire alla scuola nuove funzioni da svolgere da sola ma utilizzare la sua presenza territoriale come piattaforma sulla quale istituzioni, terzo settore, servizi e comunità possano costruire attività condivise.
Le scuole potrebbero essere l’infrastruttura più adatta: migliaia di edifici distribuiti sul territorio, spesso collocati nel cuore dei quartieri e dei piccoli comuni, dotati di aule, palestre, cortili, laboratori, biblioteche, cucine, spazi comuni. Per molte ore della giornata, per molti giorni dell’anno, una parte di questo enorme patrimonio resta però inutilizzata o sottoutilizzata.
È da questo patrimonio diffuso che potrebbe partire la costruzione di una rete di HUB intergenerazionali.
Considerando che buona parte delle scuole italiane ha bisogno di interventi strutturali, sarebbe utile pensarci per tempo.
Antonella Bellino
(Clicca qui per leggere il precedente articolo di Bellino sul tema)
17 settembre 2026