Nell’era dell’IA, il progresso è umano. La scuola del futuro e la ricchezza dell’esperienza, di Antonella Bellino

 Se la capacità di produrre il verosimile cresce, diventa determinante la capacità di cercare e riconoscere il vero. E questa capacità non si costruisce soltanto attraverso altre informazioni: richiede comprensione, spirito critico e un patrimonio di esperienze con cui confrontare ciò che ci viene rappresentato.  


«Penso con le mani», diceva la scultrice Amalia del Ponte, scoperta di recente grazie alle magie degli incontri di viaggio. In quelle poche parole c’è qualcosa che riguarda tutti noi.

Nell’era dell’IA, prima di chiederci quale debba essere la scuola del futuro, dovremmo porci una domanda più semplice: come si sviluppa un essere umano?

La risposta, che attraversa secoli di pensiero e oggi incontra le neuroscienze, le scienze cognitive e quelle dell’educazione, è: attraverso l’esperienza.

Con radici nel pensiero di Aristotele, Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu - Nulla è nell’intelletto che prima non sia passato attraverso i sensi - è la formula essenziale del concetto.

Non significa che conoscere equivalga semplicemente a vedere, ascoltare o toccare. Significa qualcosa di più profondo: che il pensiero umano nasce e si struttura nell’incontro tra un organismo vivente e il mondo.

Noi conosciamo attraverso il nostro corpo.

Prima ancora di poter spiegare il caldo e il freddo, li sentiamo. Prima di conoscere le leggi dell’equilibrio, impariamo a stare in piedi e a cadere. Prima dei perché, sentiamo il profumo della vita.

È così che il mondo diventa conoscenza.

La mano che lavora non si limita a eseguire un comando formulato dal cervello. Tocca la materia, ne incontra la resistenza, scopre qualcosa che prima non sapeva. Il gesto corregge l’idea; l’idea modifica il gesto. Pensiero, percezione e azione procedono insieme.

È questa circolarità a rendere l’esperienza una componente essenziale dello sviluppo umano.

Per questo uno strumento musicale, una macchina da smontare, un bosco da scoprire o una conversazione con qualcuno che possiede cinquant’anni di esperienza possono essere luoghi di apprendimento tanto quanto un’aula: la conoscenza teorica diventa più potente quando incontra il mondo concreto delle cose.

L’esperienza non è un accessorio dell’educazione. Se riconosciamo come valida questa considerazione, deve cambiare il modo in cui guardiamo alla scuola.

Se l’esperienza contribuisce alla costruzione delle capacità cognitive, emotive, relazionali e pratiche, offrire esperienze di qualità non può essere considerato un arricchimento riservato a chi può permetterselo. Diventa parte della funzione educativa.

E qui emerge una disuguaglianza meno visibile di quella economica, ma destinata nel tempo a produrne molte altre.

Non tutti crescono dentro lo stesso orizzonte di possibilità. Ci sono bambini che incontrano molto presto libri, musica, sport, natura, arte, viaggi, tecnologia, laboratori, lingue diverse, adulti con competenze differenti. Possono provare, sbagliare, cambiare attività, scoprire un talento.

Altri hanno davanti un mondo più piccolo, dagli orizzonti più stretti. La differenza non riguarda soltanto ciò che possiedono. Riguarda ciò che hanno occasione di sperimentare.

E, nel tempo, ciò che hanno avuto occasione di sperimentare contribuisce a determinare ciò che sapranno fare, ciò che riusciranno a immaginare e persino le possibilità che saranno capaci di riconoscere per sé stessi.

La disuguaglianza delle esperienze diventa così disuguaglianza delle possibilità di sviluppo.

La Costituzione italiana utilizza, all’articolo 3, un’espressione straordinariamente esigente.

Affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che, limitando di fatto libertà ed eguaglianza, impediscono «il pieno sviluppo della persona umana».

Ma se lo sviluppo dipende anche dalla ricchezza delle esperienze accessibili, rimuovere gli ostacoli significa allora allargare l’orizzonte delle esperienze possibili.

E la scuola è il luogo naturale da cui cominciare. Non si tratta di inventare una nuova istituzione ma di far evolvere quella che abbiamo. Tanto più che, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, molte cose stanno già cambiando intorno a noi.

Le intelligenze artificiali possono già produrre testi, immagini, sintesi, traduzioni, analisi e soluzioni in pochi secondi. Molte attività cognitive standardizzabili diventeranno progressivamente automatizzabili.

La risposta educativa non può quindi essere quella di preparare esseri umani a competere con le macchine, facendo più velocemente ciò che le macchine sanno, e sempre più sapranno, fare meglio; deve essere, piuttosto, sviluppare più profondamente ciò che significa essere umani.

Peraltro, quanto più diventa difficile distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è, tanto più l’esperienza concreta acquista valore come strumento di conoscenza.  

Le intelligenze artificiali possono produrre rappresentazioni plausibili della realtà, con testi, immagini, voci e video che possono descrivere eventi mai accaduti, mostrare persone che non sono mai esistite, costruire argomentazioni convincenti a partire da presupposti falsi.

Se la capacità di produrre il verosimile cresce, diventa determinante la capacità di cercare e riconoscere il vero. E questa capacità non si costruisce soltanto attraverso altre informazioni: richiede comprensione, spirito critico e un patrimonio di esperienze con cui confrontare ciò che ci viene rappresentato.  

L’esperienza diventa così non soltanto uno strumento dell’apprendimento, ma anche un criterio di realtà.

Più il mondo digitale sarà capace di simulare l’esperienza, più l’educazione dovrà offrire occasioni di esperienza autentica.

Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, la scuola deve diventare più umana, più relazionale, più concreta.

Antonella Bellino

02 settembre 2026