“La moglie del partito. Vita  di Rita Montagnana Togliatti”, recensione di Graziella Falconi 

Si può, senza tema di smentite, sostenere che misurarsi con questa biografia di Aldo Agosti e Marina Cassi è un coraggioso atto di sfida, dato il riserbo assoluto della Montagnana, l’assenza di documenti e di suoi interventi scritti e orali. 


La Stampa (5 ottobre 2026) presenta l’ampia recensione di Gianni Oliva, corredata da una foto  della sorridente immagine di Rita Montagnana - che Teresa Noce chiamava Ritin d’or -, con  la didascalia “Montagnana prima socialista e poi comunista dalla fondazione del partito nel 1921 Sposò Togliatti nel 24 e visse la separazione in silenzio”. 

Riassunto di una biografia (ma si poteva anche aggiungere  Madre costituente) che Grazia Labate ha già ampiamente presentato in questo sito.

Il titolo della recensione è: “Rita Montagnana oltre Togliatti. Storia di una militante unica”. Oliva  scrive che“nel libro c’è molto di più che la storia di una dirigente comunista: c’è la storia di un partito della forza dell’idea si trasforma in fideismo…la difficoltà di far emergere la questione femminile in un mondo di dirigenti maschi sommersi di pregiudizi, c’è l’esperienza della clandestinità e dell’esilio c’è l’unione sovietica di Stalin e così via….c’è l’intreccio inevitabile tra pubblico e privato che la morale del partito vuole rigorosamente tenere separati ma che inevitabilmente si frammischiano e si condizionano”. L’articolo, a piena pagina, illustra i tratti salienti della storia del Partito, più che le tappe biografiche della Montagnana.

Si può, senza tema di smentite, sostenere che misurarsi con questa biografia di Agosti e Cassi è un coraggioso atto di sfida, dato il riserbo assoluto della Montagnana, l’assenza di documenti e di suoi interventi scritti e orali. Senza la cornice storico-politica, la sua vita stenterebbe ad emergere, essendo la narrazione accompagnata dai due storici curatori del libro - legittimamente dal punto di vista scientifico - con le declinazioni della supposizione e della probabilità. Parlare di lei in relazione ai fatti storico-politici, chiede l’uso, ricorrente, dell’avverbio forse.

Uno dei dati più certi e incontrovertibili di Rita è il suo operaismo e l’attaccamento al comunismo sovietico.

Nata nel 1895 nella Torino, allora capitale dell’industria italiana e della classe operaia, da una  numerosa famiglia ebrea, ma con forte contrassegno laico, conosce giovanissima, anche grazie alla sorella Clelia e al fratello Mario ( che sarà dopo il ventennio,  direttore de l’ Unità), l’ambiente  di lotta in favore degli ultimi e in particolare delle donne, alle quali si devono le prime manifestazioni e scioperi per il pane e per la pace. Nel 1921, la sartina Montagnanagià molto nota nella classe operaia, aderisce al Pcd’I e nel gennaio del 1922 Antonio Gramsci – allo scopo di realizzare anche nel nostro paese le decisioni dell’internazionale comunista - le chiede di recarsi a Roma, per organizzare la commissione nazionale per il lavoro fra le donne e dare inizio alla pubblicazione della rivista Compagna. “È da notare- scrivono i due storici- che Rita ricorderà molti anni dopo che avrebbe preferito non accettare quell’incarico: in generale – spiegava - noi torinesi eravamo restii a fare funzionari di partito e finché ci fu la legalità pensavo che fosse meglio lavorare in fabbrica o in ufficio e dedicare l’attività politica le ore libere, come facevano centinaia di compagni e compagne a Torino”.

Il giornale uscirà fra il ‘22 e il ‘25 con una vita molto travagliata tra il cambiamento (ben tre volte) di sede e quindi con una certa irregolarità. La rivista informa sull’attività svolta dai gruppi femminili e sull’ insoddisfazione, il disagio e il fermento presente tra le donne nel primo dopoguerra. Per Rita solo l’abbattimento dell’ordine capitalista pone fine alla condizione di inferiorità della donna nella società liberandola dalla schiavitù del lavoro domestico. E qui non c’è forse che tenga. Sono Rita e Camilla Ravera a dirigere il segretariato femminile. Ravera, tuttavia, al momento è ancora in forza alla redazione torinese dell’“Ordine nuovo” e i numeri dell’edizione romana fino all’estate del ‘22 sono prevalentemente opera di Rita: “è lei quasi certamente che commissiona articoli e corrispondenze, che organizza e raccoglie sottoscrizioni”. Nel ‘quasi certamente’ c’è l’annuncio di un destino di ombra, che si rafforzerà via via come attesta il fatto che essa non appare come autrice e che un solo pezzo può con certezza essere ricondotto a lei, Rita Montagnana.

L’avventura di Compagna a Roma non dura a lungo, nella capitale, a detta di Rita, non esistono le condizioni per realizzare un lavoro collettivo. Nel questionario inviato all’Internazionale comunista, redatto nella seconda metà dell’estate del ’22, da Ruggero Grieco, si legge: “C’è un comitato centrale di cui fanno parte quattro compagne residenti a Torino che dirige la propaganda tra le donne di tutto il paese… composto dalle campagne Camilla Ravera, corrispondente, Rita Montagnana , Rina Picolato; della quarta non si fa nome”. La quarta sta naturalmente peggio di Rita.

Rita, intanto, ha conosciuto Palmiro, detto Miro, Togliatti, trentenne, arrivato da qualche settimana da Roma dopo che il 29 ottobre il Comunista, di cui era redattore capo, organo del partito, è stato assaltato dalle squadre fasciste e costretto a chiudere. Togliatti attraversa un momento di crisi, di distacco dal partito; deve scegliere tra un impegno pieno, totale o il ripiegamento in una dimensione più privata. Sono anche i mesi, del 23, della interruzione della sua relazione sentimentale con Elda Banchetti, sua fidanzata da tempo, la cui famiglia, pare, gli avesse posto il classico aut aut tra la continuazione dell’impegno politico e l’inizio di una vita familiare e lavorativa ordinata. Nulla si sa dell’incontro decisivo tra lui e la ventottenne, sempre composta, serena e sorridente Rita, molto amata dalla base. Si sposano nel ’24. Fu atto dovuto, di conciliazione tra le due opzioni agitate dai genitori di Elda? Fu timore della risposta, consapevolezza o distrazione a spingere Rita a non chiedere, a non parlare mai di sé?

Nello stesso anno Rita Montagnana rimane incinta. Nell’aprile del ‘25 Togliatti viene arrestato con l’imputazione di associazione diretta a commettere reati contro i poteri dello Stato e lei gli invia cartoline, di cui una si conclude con un pudico ‘ti bacio’. Palmiro resta in prigione quattro mesi, esce il 31 luglio grazie all’amnistia di Vittorio Emanuele III.  Aldo, il figlio, è nato il 29 luglio. Rita “nel ‘45 racconta: mio figlio aveva allora pochi mesi ed io che dovevo fare una grande un grande sforzo per non lasciarmi assorbire tutta dall’esigenza della maternità e continuare a svolgere un’attività di partito mi sentivo qualche volta urtata dall’atteggiamento verso di me di alcuni compagni che frequentavano casa nostra. Mi pareva che non mi trattassero più come un tempo, non mi parlavano che del bambino della casa come se il partito, la politica non mi dovessero più interessare. Pochi compagni particolarmente Gramsci avevano verso di me un contegno diverso… Una volta che rimase presso di noi alcuni giorni trascorsi come quasi tutto il mattino mentre preparavo il pranzo egli si intrattenne con me di cose del partito… Mi diede in cucina una buona lezione di storia del partito”.(Cfr. Agosti-Cassi) Capisce bene che è iniziata una fase in cui il suo contributo alla causa è velato, se non oscurato.

Nel gennaio ’25 il Pcd’I celebra il Congresso di Lione che sancisce l’emarginazione della sinistra bordighiana e poi concentra tutto sulle cellule di fabbrica; la questione del lavoro tra le donne è totalmente oscurata dal dibattito sulla strategia politica sull’organizzazione interna. Non si sa se Rita è al congresso; scrivono Agosti e Cassi: “certo non è tra i delegati e non è eletta nel comitato centrale”, dove le donne che entrano a farne parte sono Camilla Ravera e, come supplente, Teresa Recchia. Montagnana e Noce vengono lasciate fuori. 

Rita arriva tardi al plenum dell’Esecutivo dedicato al lavoro delle donne. Alla quarta conferenza internazionale delle donne, a Mosca, partecipa come delegata Teresa Noce, in Urss già da qualche settimana. Montagnana è quindi a Mosca, ma con quali compiti? Non si sa. Teresa e Rita ottengono dal partito comunista sovietico, a cui si sono rapidamente iscritte, l’autorizzazione a condurre un’inchiesta sulla salute pubblica. Stendono un piano di lavoro che contempla visite nei principali ospedali di Mosca, colloquio con medici chirurghi specialisti negli ambulatori delle fabbriche, negli ospedali per bambini, nei nidi di quartiere e di fabbrica, riunioni con gli ammalati e con il personale. Ma tutto ciò lo sappiamo dai racconti di Teresa Noce; di questo Rita non parla.

La vita politica a Mosca per i comunisti italiani non è tutto rose e fiori. In Italia Gramsci è in prigione dall’8 nov. 1926, anno in cui si consuma un diverbio con Togliatti a proposito della celebre lettera non consegnata al partito russo. Nel luglio del ’27 Rita partecipa, o non, alla redazione definitiva di un programma di lavoro per le sezioni femminili in linea con l’impostazione della quarta conferenza femminile internazionale del 1926? Non si sa. E l’ombra cresce.  Nel ‘27 Rita, con il nome Marisa,  entra a far parte dell’apparato di partito, composto da una cinquantina di compagni tra funzionari e corrieri, distribuiti in una quindicina di uffici. Nella grande maggioranza si tratta di operaie o braccianti, le donne si contano sulle dita di una mano. Un funzionario percepisce nel ’28 lo stipendio base di 1250 L. che sale a 1350 se è ammogliato, con un’indennità di 50 L. per ogni figlio, fino a un massimo di tre. Su queste cifre viene però trattenuto il 12% per pagare l’affitto negli anni successivi lo stipendio può arrivare a 1500 L..

Una riunione ristretta dell’Ufficio politico, del 15 novembre ‘27, la incarica del lavoro tecnico di segreteria. Si occupa dell’amministrazione del denaro del partito, cioè gestire e distribuire soldi che venivano dal Comintern, con qualche problema.

Nel ‘31- ‘32 si moltiplicano le missioni di ispettori in Italia, i fenicotteri. Rita è coinvolta in questa attività che non può svolgere insieme a Togliatti per non mettere a rischio la incolumità del dirigente dell’Internazionale comunista. Con l’imperturbabile sorriso sulle labbra e lo sguardo sereno e tranquillo, Rita ora si chiama Jean e vorrebbe tornare in Italia, ma la Segreteria la pensa diversamente: non farà un lavoro politico, come lei propone, ma un lavoro tecnico “che è una parte importante del nostro lavoro politico”. Ossia preparava i compagni dal punto di vista tecnico per entrare illegalmente in Italia dall’estero (passaporto, carta d’identità, valigia doppiofondo ecc.), insieme a indicazioni sul come comportarsi in ogni occasione. Togliatti, intanto, è un membro autorevole del Comintern; inizia, così, una vita di peregrinazioni: Urss, Parigi, Svizzera.

Intorno alla metà dell’agosto del ’34 Rita e Palmiro arrivano nella capitale sovietica con Aldo. I sovietici sono sempre più severi con i compagni italiani. Agosti e Cassi citano: “Una relazione non firmata del giugno ‘34 ne passa impietosamente in rassegna le debolezze e le superficialità, specialmente nel lavoro cospirativo. Dal severo esame degli autori di questa indagine non viene esclusa nemmeno l’attività dei componenti del comitato centrale e dell’apparato fra i quali sono nominati anche Ercoli e Marisa, oggetto di biasimo collettivo dal punto di vista della devozione al partito”.

“Nei primi due anni e mezzo della sua vita a Mosca -  scrivono i due storici-, Aldo vede poco i suoi genitori abita, almeno fino alla fine del ‘36 al Lux ma è probabile che non li veda spesso o almeno non spesso insieme”. Il padre è sempre più coinvolto nei vertici del Comintern e la madre “lavora anche lei probabilmente /la sottolineatura è mia/ negli uffici dell’internazionale studiando il russo traducendo e ricopiando i rapporti per e dal partito”.  Rita frequenta la scuola leninista, fondata nel ’26, e chiusa nel ’38, dove era stata ammessa nel ’36. Scrive Dina Ermini: “vivevamo assieme, dividendo la cameretta, composta di due lettini, due armadietti, due sedie due scrivanie, dove si studiava fra una lezione e l’altra. Con Rita ho vissuto molto bene, era precisa e disciplinata. Mai faceva sentire che era la moglie di Togliatti, capo del nostro partito e uno dei massimi dirigenti dell’internazionale comunista. Essa conduceva disciplinatamente la vita degli altri studenti. Solo la domenica la passava con la famiglia. Il bambino lo accudiva Togliatti aiutato da una bambinaia. Tutta la settimana la passava a scuola, arrivava la mattina per essere presente alla mezz’ora di cultura fisica che veniva fatta dalle sette e trenta alle otto. Quando vi erano il sabato sera delle conferenze al Club della scuola, partiva per Mosca la domenica di buonora, prendendo l’autobus che aveva la fermata non molto distante dalla scuola”.

 Con il conflitto mondiale alle porte, e le varie missioni estere, i Togliatti affidano Aldo alle cure del collegio di Ivanovo, da dove Aldo scrive brevi lettere ai genitori, sempre dicendo che tutto va bene. Apparentemente non una separazione traumatica. Quando Teresa Noce lascia a Parigi i suoi figli per  andare in Spagna, si sente dire dal piccolo Poutisc:“beh mi troverò un’altra madre”. Una minaccia e una soluzione. Aldo invece vuole rassicurare i genitori, questa appare come la sua unica missione dopo quella, si suppone disperata, di comprendere, cioè capire e far sua la decisione da essi presa. E dopo questo esercizio, trovare anche una sorta di pace, lasciandosi travolgere dalla vita infantile comunitaria e,  perché no?, essere felice, trovare un ubi consistam. Lasciare i figli nella patria del socialismo era vissuto come un’occasione ricca di opportunità per il loro futuro e questo convincimento superava e in parte cancellava il dolore del distacco. Scrive Ignazio Silone, nel 1966, “il ricovero in un collegio russo era stata la soluzione finale di una serie di fughe, di paure, di strapazzi di ogni genere, per cui quell’approdo poteva anche accompagnarsi a un piacevole senso di sicurezza di riposo”. Forse Aldo era già malato, ma forse no; l’esercizio di trovare una ragione alle azioni dei genitori può, tuttavia, far ammalare o far esplodere una malattia latente.

Troviamo, dunque in Spagna, l’ombra di Rita all’ombra di Palmiro, ora chiamato Alfredo, il quale qui conosce Carmen, una donna “che gli voleva bene” (Cfr. L. Lama Nilde Iotti una biografia al femminile, Donzelli, 2013) come confesserà Palmiro a Nilde dieci anni dopo. Lei gli voleva bene. E per lui, lei cos’era? Rita sapeva? Quanto la già assai esigua sua certezza d’essere amata fu ulteriormente scossa? Si deduce che qualcosa doveva essere successo, perché quando Togliatti torna a Mosca nel ‘41 – ‘42, la destinazione dei due non è la stessa. Lui al vertice del Comintern, lei a Radio Mosca alla redazione delle sue trasmissioni in lingua estera. Si chiedono Agosti e Cassi :“È stata una scelta voluta da uno o da entrambi e da entrambi riconducibili alla crisi del loro matrimonio?”.  Non si può che procedere per supposizioni, visti gli scarsissimi accenni che si trovano anche nella memorialistica.

Nel ‘43 Rita ha il compito della propaganda tra i prigionieri italiani, oltre 60.000 uomini, catturati dall’Armata Rossa, quasi tutti durante l’offensiva sovietica. Nel giugno ’44 approda a Napoli e nel luglio arriva in edicola Noi donne, scritto praticamente da Nadia Gallico Spano. Ma per Rita è un tuffo al cuore, forse, potrà riprendere il filo interrotto dal ‘22, riprendersi la scena, in senso etico-politico: dedicarsi al lavoro fra le donne perché sente che è quello che le viene meglio. Forse.  Ma le danno il compito di testimone dell’Urss.

Tuttavia, tornata a Roma, non perde tempo. Dopo aver intessuto relazioni e contatticon esponenti delle altre forze politiche e non solo di sinistra, Il 15 settembre firma con sette donne - Emilia Siragusa Cabrini, Luigia Cobau, Egle Gualdi, Bastianina Musu Martini, Giuliana Nenni, Maria Romita, Marisa Cinciari Rodano - l’atto di nascita dell’Unione Donne Italiane. Il ‘manifesto’ del 15 settembre rende omaggio al ruolo delle donne hanno avuto nei mesi della Resistenza, ed è firmato anche dai familiari dei martiri delle fosse Ardeatine, da operaie impiegate delle commissioni interne e da esponenti della società civile. Rita lancia la battaglia per il diritto di voto alle donne; scrive un fondo che accompagna la mozione presentata al Comitato di liberazione Nazionale da un gruppo di dirigenti dell’Udi, tra cui lei stessa, per sollecitare una presa di posizione su un problema che interessa la metà della popolazione. E’ al centro della scena parla, scrive, dirige. La sua persona sostituisce la sua propria ombra.

“Alla conferenza delle donne comuniste – si legge in Agosti-Cassi- è in primo piano, è suo il discorso di apertura accolto da grandi applausi nel quale rende omaggio alle donne che hanno lottato per la libertà al Nord e parla di 80.000 comuniste soltanto dalla Toscana alla Sicilia per poi sottolineare i tanti gravi problemi della ricostruzione, la soluzione dei quali le masse femminili devono dare il proprio contributo. È suo anche discorso di chiusura nel quale ricorda come l’impegno profuso dalle militanti nei mesi precedenti abbia sfatato l’immagine di frivolezza femminile”. Che l’ombra si sia diradata? Polemizza con Secchia il quale si è lamentato perché nessuna donna è a capo di una federazione. Ma Rita replica che vi sono compagni in grado di dirigere delle federazioni di partito, “ma il lavoro tra le donne richiede un grande numero di quadri… Se noi abbiamo delle donne capaci è in verità molto più utile affidare loro delle cariche pubbliche: …lasciamo che queste sezioni le dirigano gli uomini”. Ha un ruolo importante per il voto alle donne nelle elezioni amministrative, e non si perde una seduta della direzione del Pci. Particolarmente interessante è quella del 5 maggio ‘46 dedicata alla preparazione delle liste per la Costituente. Togliatti spiega che esiste la possibilità di presentarne in ogni circoscrizione 2: una di uomini e una di donne.

Eletta alla Costituente con moltissime preferenze. Lei - dice Miriam Mafai - era capace di portare nell’attività politica una cordialità di rapporti e una semplicità che la rendevano assai popolare tra le donne comuniste.  Ormai robusta cinquantenne - ma dal volto sereno e sorridente- poco o nulla si sa del suo contributo in quell’Assemblea. La sua partecipazione alla Costituente è limitata e fissata in una ormai famosa foto della vasta delegazione di elette ricevute in estate nella sede dell’Udi. Si potrebbe cercare la sua firma sotto gli emendamenti presentati dalle donne, per esempio.  

La tempesta si avvicina e l’ombra diventa molto densa.

Nell’anno orribile 1947, il suo matrimonio è arrivato definitivamente al capolinea. Quella che sembrava una opportunità per riprendere un ruolo importante, diventa l’inizio della discesa. Certo meno violenta di quella che si abbatté sulla Noce. Togliatti si è innamorato; è tormentato dal sospetto di essere un egoista rispetto a Nilde; forse lo era anche rispetto ad Aldo, che adorava il padre. E per Rita? Forse. Rita per lui, forse, è stata una compagna, una collaboratrice, forse una confidente politica. Avrà, probabilmente, apprezzato il suo tratto rassicurante, nella vita pubblica di partito e in quella privata, anche se, forse, a suo sentire, non gli venivano da lei grandi sollecitazioni intellettuali.

Oltre che nel partito, Rita ha difficoltà politiche nell’Udi, con Rina Picolato, sua compagna di lungo corso; non è d’accordo con la relazione da Maria Maddalena Rossi, appena entrata in carica, perché, a suo parere i diritti delle donne, la parità non vi figuravano più; l’Udi si trasformava in uno strumento, in una cinghia di trasmissione del movimento democratico nei confronti delle donne.  Scrive nel marzo 1951: “L’Udi ha fatto una politica settaria e opportunistica in molte province; alla vigilia del 18 aprile era sfasciata. L’attivo femminile salvo rare eccezioni era composto da donne dai capelli bianchi. Rare le giovani, quasi nessuna dai 25 ai quarant’anni”.

La difficile esperienza in Piemonte sta per riservarle altre amarezze. C’è un intermezzo in apparenza banale che testimonia come i rapporti con il centro del PCI fossero diventati complicati. Secchia la invita ad andare a Pechino, lei declina l’invito adducendo ragioni di salute; in realtà Secchia vuole mandarla a Pechino chiedendole di utilizzare il solo nome Montagnana, via Togliatti. Altro che moglie del partito. Ben presto la sua difficoltà a lavorare in Piemonte diventa un caso nazionale, il gruppo dirigente del Pci la considera una piantagrane, che “crea problemi che a noi spetta poi risanare”. Polemizza, poi sulla non valorizzazione delle donne in Piemonte; a luglio rampogna la federazione di Vercelli per non aver trovato neppure una compagna da candidare nei consigli della lega.

Il 9 luglio 1951 Palmiro e Rita si separano legalmente. All’udienza arrivano ciascuno per proprio conto: lei con Umberto Terracini e Mario Berlinguer; lui con Francesco Gullo e Giuseppe Berlingeri. Ciascuno per proprio conto lascia il tribunale.  Lei è la parte lesa e i loro rapporti non conserveranno nulla di amichevole.

Senza un attimo di respiro ad agosto interpella nuovamente la segreteria sollecitando l’intervento della commissione sindacale nazionale perché simili errori non si ripetano: le federazioni di Biella e Vercelli non hanno incluso le donne nei comitati direttivi di base e provinciale della Federterra, il sindacato dei braccianti. Ma in settembre la situazione precipita ancora; scrive una lunga lettera alla Segreteria nazionale con un misto di esasperazione, frustrazione: “… il lavoro come vedete, diventa per me sempre più difficile, quasi impossibile perché la mentalità di alcuni vecchi compagni per quanto riguarda il lavoro femminile è terribilmente arretrata inammissibile…”. Si sente risucchiata dall’ombra.

Alle elezioni del ’48 viene eletta in Senato, dove viene nominata nella Commissione sanità e dove, il 26 marzo 1953, prende la parola in Aula a favore dell’approvazione della proposta di legge di Renato Bitossi sul miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita di 200.000 mondine. Discorso nel quale denuncia lo sfruttamento degli operai e delle operaie nelle fabbriche dove è andata personalmente nel corso degli anni. Non più rieletta, le avevano dato, a ricompensa, la vicepresidenza della federazione democratica internazionale delle donne, con sede a Budapest. Non si sa nulla di cosa abbia pensato dei fatti d’Ungheria e se nel ’56, durante quei fatti, abitasse ancora Budapest. Angiola Minella, un’altra madre costituente, le scrive: “da Roma ho appreso che tu ritornerai presto in Italia. Siamo tanto contenti di questa notizia perché sappiamo che essa corrisponde al tuo desiderio più vivo. Speriamo con tutto il cuore che questo possa anche coincidere con un miglioramento della salute e con la possibilità di riprendere quel lavoro e quella lotta fra le masse femminile a cui hai dedicato tutta la tua vita e per tutti noi un bellissimo esempio.”

Al XX congresso del PCUS, nel 1956, è una semplice invitata, non fa parte della delegazione italiana, A   Mosca si rivolge a Carlos per far ricoverare Aldo in una clinica specializzata, poiché questi dà segni sempre più frequenti dell’aggravarsi della malattia. Infatti Carlos riesce a far ricoverare Aldo in una clinica in Ungheria.

Non meglio l’ottavo congresso del PCI, quando viene fatta fuori dalla Direzione e dal Comitato Centrale con la scusa che doveva badare al figlio. ll nuovo Comitato Centrale eletto per la prima volta a scrutinio segreto, aveva 110 componenti. Per quasi la metà erano nuovi entrati, una percentuale di ricambio che porta da ¼ a 1/3 la quota dei trentenni, mentre la generazione dei fondatori precipita a meno di 1/3. Rita aveva dato una mano alla revisione dello statuto; suggerito che per le candidature alle elezioni comunali provinciali occorressero almeno tre anni di anzianità di iscrizione, che salgono a cinque per quelle regionali e a dieci per la Camera e il Senato. Vorrebbe, inoltre, che i componenti del CCC e del Cc fossero composti da membri della classe operaia e propone di trasferire il Cc in un centro industriale del Nord, per esempio Torino, e analoga proposta avanza per la direzione della Cgil, che vorrebbe a Milano. Rita viene eletta nella Commissione centrale di controllo, “quindi esce dalla tempesta del 56 drasticamente ridimensionata nel suo ruolo di dirigente, provata da lunghi mesi di esilio per assistere Aldo, con la consapevolezza che la sua vita politica ha ormai consumato il proprio tempo”.  Rischia di sparire insieme alla sua stessa ombra.

Quando nel 1964 diventa la vedova Togliatti, si discute sulla pensione di reversibilità che lei vorrebbe le si passasse, mentre Alessandro Natta ritiene che debba andare al figlio Aldo, anche, e qualora, lei dovesse venire a mancare. Si tratterebbe, in sostanza, di far dichiarare Aldo inabile al lavoro e su questo Rita è titubante; non ha mai voluto finora, né mai vorrà fino alla fine, riconoscere in un atto formale la gravissima disabilità del figlio. “Chi è convinta che la soluzione giusta sia quella di privilegiare Aldo è Nilde Iotti che ne scrive a Natta l’8 settembre e mette anche a disposizione la metà di quanto si trovava sul conto cointestato con Palmiro 1.700.000 L. che andranno ad Aldo” (Cfr.Agosti- Cassi).

Già, Aldo. A causa dell’attentato di Pallante, nel ’48 egli era corso al capezzale di Togliatti, era rimasto da solo con lui nella stanzetta di ospedale dove si stava riappropriando di un padre adorato e lontano; probabilmente stava lavorando al suo ubi consistam, come figlio, come uomo. Un ubi consistam impossibile da afferrare. Nel ’50 peggiorò, iniziò a essere spostato in svariate cliniche. Voleva fuggire da Frattocchie, dove andava a passare l’estate; voleva fuggire.

La stampa di destra ha sfruculiato spesso su Rita come una donna anziana, abbandonata, sola con un figlio malato, ridotta in quasi povertà. Sconfitta? No, la sua è una ritirata strategica nel suo vecchio mondo. Fino all’ultimo accudisce il figlio e fino alla fine dei suoi giorni resta la compagna amica e confidente di un piccolo mondo, da cui sono tassativamente esclusi gli intellettuali; un piccolo mondo di ultimi, di esclusi, di umili, di operaie che ella sorregge anche finanziariamente, all’occorrenza. Rita, scrivono Agosti e Cassi – “abita, ispira questo suo piccolo mondo antico che non recede, non abdica e che – come ovvia conseguenza – si alimenta di uguali… di lavoratori e lavoratrici preferibilmente poveri che militano nel partito perché è la loro ragione di vita e di riscatto”. A cogliere il senso della sua vita, anche da anziana, né sola né abbandonata, sono Mario Melloni e Giglia Tedesco. “Grazie – ha scritto Melloni- per avere sempre saputo essere, con tanto buon gusto e con tanta fermezza, libera e fedele”. E Giglia Tedesco: “La sua vita è una scelta di orgoglio più che di riserbo”. Di orgoglio femminista

Graziella Falconi

Aldo Agosti-Marina Cassi,  “La moglie del partito. Vita  di Rita Montagnana Togliatti”

(Laterza 2026, pp.228)

05 novembre 2026