La responsabilità dell’esempio, di Antonella Bellino

È stato più volte detto, ma ripeterlo non guasta: è necessario distinguere. Ci sono giovani che manifestano pacificamente, con determinazione e richieste riconoscibili, esercitando un diritto fondamentale della democrazia. E ci sono gruppi, assai meno numerosi, che colgono l’occasione delle proteste per compiere atti di violenza, talvolta senza rivendicazioni comprensibili diverse dall’espressione della rabbia.


Il secondo sabato di manifestazioni nelle città italiane non ha visto ripetersi i saccheggi e le devastazioni del fine settimana precedente. Le operazioni preventive delle forze dell’ordine hanno contribuito, secondo il Viminale, a contenere i disordini, mentre le indagini stanno facendo emergere possibili forme di organizzazione e istigazione alla violenza attraverso i social network.

È stato più volte detto, ma ripeterlo non guasta: è necessario distinguere. Ci sono giovani che manifestano pacificamente, con determinazione e richieste riconoscibili, esercitando un diritto fondamentale della democrazia. E ci sono gruppi, assai meno numerosi, che colgono l’occasione delle proteste per compiere atti di violenza, talvolta senza rivendicazioni comprensibili diverse dall’espressione della rabbia.

Le responsabilità devono essere accertate, così come è necessario verificare eventuali strumentalizzazioni, soprattutto quando sono coinvolti minorenni. La condanna, insomma, è necessaria. Ma non sufficiente.

Il ripetersi degli episodi non lascia scampo alla necessità di comprendere le cause, senza confondere chi esercita pacificamente il diritto di manifestare il dissenso con chi ricorre alla violenza.

È quindi confortante che voci autorevoli insistano sulla necessità di comprendere le condizioni nelle quali maturano questi comportamenti. Tra queste, quella del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha richiamato più volte l’attenzione sul disagio giovanile, sull’emarginazione e sul senso di abbandono che attraversa una parte della società.

Comprendere non significa giustificare. Significa riconoscere che la sicurezza non può essere affidata soltanto alla repressione, ma richiede un’analisi delle condizioni sociali e culturali nelle quali la violenza può svilupparsi.

Le grandi città europee rendono particolarmente evidente una contraddizione della società contemporanea. Si presentano come luoghi dell’innovazione, della cultura, delle opportunità. Sono la vetrina del benessere occidentale. Ma per una parte crescente della popolazione, soprattutto giovane, quelle opportunità diventano sempre meno accessibili.

Costruire un percorso di autonomia e affrontare il costo della vita, in molte delle nostre città, è un traguardo difficilmente raggiungibile per una parte consistente della popolazione. Le difficoltà riguardano giovani di ogni provenienza, ma possono essere ancora maggiori per chi vive condizioni di marginalità economica e sociale. Si può così abitare in una città ricca senza sentirsi parte della sua ricchezza. La continua esposizione a modelli di successo e di consumo, amplificata dai social network, accentua la distanza tra ciò che viene mostrato come possibile e ciò che è realmente raggiungibile.

Non è soltanto una questione di percezione. Le disuguaglianze sono concrete, ma a queste può aggiungersi un sentimento di esclusione che porta alcuni giovani a sentirsi i più esclusi tra gli ultimi, come fossero arrivati «troppo tardi».

Anche nelle famiglie si respira incertezza. La preoccupazione per il futuro riguarda ormai persone che non vivono in condizioni di povertà. Molti genitori temono di non poter offrire ai figli opportunità adeguate a costruire una vita autonoma, mentre il costo crescente della vita alimenta la sfiducia nel futuro.

In questo quadro merita particolare attenzione la condizione delle cosiddette seconde generazioni. Ragazze e ragazzi nati o cresciuti in Italia, che frequentano le nostre scuole, parlano la nostra lingua, condividono esperienze e aspirazioni dei loro coetanei, ma che non sempre si vedono riconosciuta pienamente l’appartenenza alla comunità nazionale.

È difficile non cogliere la contraddizione tra chi rappresenta l’immigrazione come una minaccia all’identità nazionale, arrivando talvolta a evocare la scomparsa della popolazione bianca, e l’entusiasmo con cui vengono celebrati gli atleti italiani di origine straniera quando conquistano medaglie e prestigio internazionale. Come dire: nel vincente, il colore non conta.

Per interpretare fenomeni complessi senza ricorrere a giudizi sommari è probabilmente utile partire da un assunto: la capacità educativa di una società dipende soprattutto dalla coerenza tra i principi che proclama e i comportamenti che pratica.

In parole semplici, dipende dall’esempio. Dipende dai fatti.

La domanda, allora, è: quale esempio la società adulta offre alle nuove generazioni?

Sul piano internazionale assistiamo alla crescente affermazione dei rapporti di forza. L’invasione russa dell’Ucraina, la devastazione di Gaza, le guerre che continuano a colpire popolazioni civili in diverse parti del mondo mostrano quanto sia difficile garantire nei fatti il rispetto del diritto internazionale.

Le responsabilità dei singoli conflitti sono differenti e non devono essere confuse, ma resta il problema della credibilità di un sistema nel quale l’applicazione delle regole sembra variare secondo la forza politica, militare ed economica dei soggetti coinvolti. Una variabilità che rischia di trasformare il diritto da principio universale a strumento applicato secondo convenienza.

L’Occidente, che ha fatto della tutela dei diritti, della libertà e della democrazia un elemento fondamentale della propria identità, fatica a sottrarsi a questa contraddizione.

È questa — piuttosto che un’identità definita dall’origine o dal colore della pelle — l’identità occidentale che merita di essere difesa. Quella costruita attraverso la conquista dei diritti, il riconoscimento dell’uguaglianza, il limite imposto al potere dalla legge, la tutela delle libertà individuali e collettive. Valori universali che l’Occidente ha contribuito ad affermare e che dovrebbe riuscire a rispettare.

Ed è anche questa l’identità che molti giovani richiamano nelle loro manifestazioni. Quando chiedono il rispetto dei diritti umani e la tutela dell’ambiente, la fine delle guerre, giustizia sociale e coerenza nell’applicazione del diritto internazionale, non stanno necessariamente rifiutando i valori dell’Occidente: ne rivendicano proprio il significato più alto.

 

Eppure, anche dopo questo secondo sabato, il rischio è che le loro richieste scompaiano dal dibattito pubblico, oscurate dalle immagini delle violenze che finiscono per dominare la rappresentazione delle proteste.

È una doppia perdita. Si indebolisce la possibilità di comprendere le ragioni della mobilitazione e si lascia che la violenza ne determini l’immagine pubblica.

Il ripetersi degli scontri rende ancora più evidente questa contraddizione. Se il dibattito si concentra soltanto sui responsabili delle violenze, sulle misure di sicurezza e sull’inasprimento delle sanzioni, che cosa resta delle richieste avanzate da chi ha manifestato pacificamente? Quale risposta ricevono i giovani cittadini, il ‘il nostro futuro’?

Chiediamo ai giovani di rispettare le regole, di riconoscere i diritti degli altri, di rifiutare la violenza, mentre il mondo adulto di oggi propone troppo spesso modelli nei quali sembrano ottenere maggiori risultati la prepotenza, l’opportunismo, la capacità di aggirare le norme o di piegarle ai propri interessi.

E tuttavia, proprio osservando le manifestazioni di queste settimane, emerge anche un motivo concreto di speranza.

Tantissimi giovani continuano a scendere in piazza pacificamente, spesso con grande determinazione, affrontando discussioni, organizzando iniziative, elaborando richieste e scegliendo consapevolmente di non ricorrere alla violenza.

Nonostante il clima di tensione, nonostante le immagini degli scontri e il rischio che ogni manifestazione venga identificata con i suoi episodi peggiori, continuano a considerare la partecipazione democratica uno strumento attraverso il quale far sentire la propria voce.

Questo significa che qualcosa, nell’educazione ricevuta, ha funzionato?

Forse vuol dire che nelle famiglie, nelle scuole, nelle associazioni, nei luoghi di incontro e di partecipazione qualcuno ha saputo trasmettere il valore del confronto democratico, del rispetto degli altri, della responsabilità individuale e collettiva. E soprattutto la convinzione che manifestare pacificamente possa essere uno strumento efficace per cambiare la realtà.

Non è un risultato scontato, in una società nella quale la prepotenza sembra ottenere più attenzione della ragionevolezza.

Accanto alla condanna dei comportamenti violenti dovrebbe esserci una capacità altrettanto esplicita di riconoscere il valore dei comportamenti responsabili.

Non si tratta di premiare l’adesione a questa o quella rivendicazione politica, ma di riconoscere il valore civile di chi sceglie la partecipazione democratica, anche quando esprime posizioni critiche nei confronti delle istituzioni.

I ragazzi che distruggono diventano protagonisti delle cronache, mentre quelli che discutono, organizzano, manifestano e propongono restano sullo sfondo. Dopo due sabati di tensioni, questo squilibrio rischia di consolidarsi, fino a far apparire la violenza come il tratto dominante di una mobilitazione assai più articolata.

Si finisce così per attribuire maggiore visibilità proprio ai comportamenti che si vorrebbero contrastare, lasciando in ombra quelli che dovrebbero costituire un riferimento positivo: un esempio, appunto.

Questa è un’occasione importante per dimostrare la responsabilità delle istituzioni: la democrazia non può chiedere ai cittadini di partecipare responsabilmente e poi lasciare senza interlocuzione chi lo fa.

L’identità dell’Occidente non può ridursi all’immagine delle sue città ricche e competitive, alla capacità di produrre benessere, innovazione e consumi, mentre i principi democratici vengono richiamati soltanto quando ritenuti convenienti.

La lezione politica e istituzionale di Nilde Iotti ci ricorda il valore della responsabilità nell’esercizio delle funzioni pubbliche, il rispetto delle istituzioni e la necessità di tradurre i principi costituzionali in diritti concretamente esercitabili.

Dobbiamo dare più spazio ai moltissimi giovani che continuano a scegliere strumenti democratici per esprimere il proprio dissenso e partecipare attivamente alle sorti della collettività.

Se vogliamo che le nuove generazioni continuino ad aver fiducia nella forza del diritto e nella partecipazione democratica invece che nella legge del più forte, dobbiamo dimostrare che quella fiducia è fondata.

Antonella Bellino

26 ottobre 2026