Turco: “Archiviare il Pci fu una sofferenza. Schlein brava ma nel Pd si dice poco”. Intervista al Secolo XIX

Nella stanzetta della fondazione Nilde Iotti, all’interno della sede dello Spi-Cgil di Roma, Livia Turco è immersa tra libri e fotografie dell’ex presidente della Camera e leader comunista. Sulla scrivania ci sono un portatile, un quaderno a spirale e i suoi occhiali con la montatura rossa. Turco soppesa le parole una a una, con precisione, a volte malinconica, a volte infiammata di passione: l’infanzia in un paesino del Cuneese, i motivi personali che la spinsero a iscriversi al Pci, gli anni di piombo a Torino, il ricordo dei leader Berlinguer, Natta, Pajetta, Iotti, le battaglie di una vita per le donne, l’impegno su temi come immigrazione e droga.


Lei è nata a Morozzo, in provincia di Cuneo: che ricordi ha dell’infanzia nel suo paese natale?

“Ricordi molto belli. La mia famiglia, le suore, la parrocchia, l’insegnante Amelia, una classe in cui eravamo solo in otto. È un luogo in cui torno ogni anno per le vacanze”.

Le radici.
“C’è la bellezza del silenzio. Ma lì ho vissuto anche momenti di forte conflitto”.

Perché?
“All’ultimo referendum, in paese, il Sì ha vinto con il 70%. Non è certo un luogo per iscriversi al Pci...”.

Perché scelse di diventare comunista?
“Due fatti hanno determinato questa scelta, e mi hanno portato, a 15 anni, a salire lo scalone della sede del Pci di piazza Galimberti, a Cuneo”.

Ce li racconti.
“Mio padre era operaio, vivevamo del suo lavoro e della sua dignità. Una famiglia non certo benestante. Ho iniziato a lavorare molto giovane, facevo la cameriera a Lurisia Terme, all’albergo “Lo scoiattolo”. Studiavo molto, mi piaceva. Quando finii la terza media, mio padre mi disse che dovevo dare una mano e cercarmi un lavoro. Era la mentalità del tempo: ero una ragazza, e se si fosse fatto studiare un figlio, sarebbe toccato al mio fratellino”.

Lei la visse male?
“Fu una grande ferita. Toccai con mano cos’era l’ingiustizia sociale. E mi sono ribellata. Mi aiutarono le insegnanti delle medie: partecipai a un concorso e vinsi una borsa di studio. Il dato personale fu decisivo. L’altro elemento per cui scelsi il Pci fu lo zio Giulio”.

Turco sui banchi dell'opposizione nel 2004Che persona era?
“Un antifascista, licenziato dalla Fiat di Valletta negli anni ’50 per la sua militanza comunista. Promise a se stesso che non avrebbe sposato una donna di Torino, perché lì il Pci era già forte. Cercò una moglie nelle zone “bianche””.

Per “convertirla”?
“Sì, davvero. Scrisse ai postini di alcuni paesi dell’Astigiano e del Cuneese. Il postino di Morozzo gli rispose, e conobbe la sorella di mio padre, Caterina. Zio Giulio veniva a Morozzo con L’Unità in tasca, ben in vista. La gente del paese pensava fosse un poveretto, ma vide che io ero attenta. E mi abbonò a tutta la stampa comunista”.

E così entrò nella sezione del Pci di Cuneo.
“Entrai e c’era una grande falce e martello. Avevo un vestitino rosso. Dissi con impeto: vengo da Morozzo e vorrei iscrivermi al Pci. Vidi le facce attonite dei dirigenti locali. Da lì nacque la mia militanza”.

Poi si trasferì a Torino.
“E scoprii la linea del compromesso storico di Berlinguer, dopo i fatti del Cile. La mia anima cattolica si tranquillizzò. Aveva grande carisma”.

Come l’ha conosciuto?
“Nel 1976, alla scuola di partito delle Frattocchie. Finita la lezione andammo in sala pranzo, e trovammo Berlinguer. Ci andava spesso, era un posto silenzioso e la cucina era buona. Eravamo 40 ragazze, lo andammo a salutare e lui, per compensarci dell’affetto, parlò con ognuna di noi. Per la mia formazione un momento decisivo fu quando Berlinguer andò ai cancelli della Fiat Mirafiori e parlò con gli operai”.

Lei c’era?
“Sì, ero militante del Pci e mi trovai in mezzo a una marea di operai. Lì scoprii il valore dell’empatia in politica. Quegli operai pendevano dalle sue labbra. Si sentiva la forza e il trasporto di un sentimento. Un sindacalista gli chiese cosa avrebbe fatto se gli operai avessero deciso di occupare”.

E arrivò la celebre risposta di Berlinguer.
“Lui disse: Se è una scelta unitaria, di tutti gli operai, il Pci non potrebbe non aderire a questa scelta. Invece divenne: Occuperemo la Fiat Mirafiori, un’espressione di estremismo. Non era così”.

Erano anche gli anni del terrorismo, e lei a Torino divenne segretaria della Fgci: tra voi giovani comunisti del tempo fu subito chiaro che le Br erano un nemico?
“Ricorderò sempre il giorno della manifestazione che portò alla carbonizzazione di Roberto Crescenzio. Lotta Continua era forte a Torino, fu indetta una manifestazione contro l’Msi ma come Fgci ci sfilammo. Combattere i fascisti non avallava le violenze. Una bomba molotov lanciata dal corteo estremista colpì uno studente lavoratore in un bar”.

L’Angelo Azzurro.
“Vedemmo il suo corpo carbonizzato. Lanciammo una petizione contro ogni forma di violenza. Fu una rottura profonda, ci aiutò molto il Pci torinese. Ma non fu facile. Le racconto un episodio”.
 
Prego.
“In precedenza c’era stato l’attentato delle Br a Nino Ferrero, giornalista de L’Unità. Ero da poco segretaria della Fgci, il partito convocò una riunione e venne Giancarlo Pajetta. Io intervenni e dissi che eravamo contro il terrorismo rosso, ma aggiunsi che non potevamo non interrogarci sul disagio dei giovani, e su cosa avesse dato loro la democrazia”.

E Pajetta?
“Mi riservò l’ultima frase del suo intervento. La ricordo come fosse ieri: Faccio molti auguri alla nuova segretaria della Fgci. Ma inizia molto male. Pensate, si è chiesta cosa ha dato la democrazia ai giovani. Ma che domanda, compagna, ha dato tanto: di recente anche il voto ai diciottenni. Confesso che rimasi delusa”.

Perché?
“Appena eletta mi stanò così… Ma fui delusa perché c’era un problema evidente tra giovani e democrazia. Era una frase stonata rispetto all’attenzione che Berlinguer aveva per i giovani e rispetto alla linea coraggiosa della Fgci di D’Alema, che ci portò a stare dentro il movimento ma a capire che un conto era la protesta, un altro il terrorismo rosso”.

Lei è stata per anni responsabile delle donne del Pci e poi del Pds: che ruolo hanno avuto le donne nella storia del comunismo italiano?
“Ci sono sempre state, dai tempi di Ordine Nuovo. Protagoniste della lotta antifascista, della battaglia per il diritto di voto, e autorevoli costituenti. Sono sempre state popolo, leader diffuse del cambiamento, molto presenti nel partito”.

Ma il Pci era un partito maschilista?
“Come tutti i partiti del tempo… La classe è un sesso. Ma i dirigenti del Pci ebbero molte illuminazioni sul femminismo, i compagni erano con noi nelle battaglie su divorzio e aborto. Sarebbe ingiusto dire che era maschilista, non era questione di potere o di misoginia. Diciamo che c’era una difficoltà a riconoscere l’autorevolezza femminile. Porto con me la definizione di una grande dirigente, Adriana Seroni: I nostri compagni sono la parte migliore della società italiana. Ma sono sempre parte della società italiana, che è maschilista. Di cosa vi stupite? Ragazze, combattete, ci disse”.

Lei presiede la fondazione Nilde Iotti: l’ha conosciuta?
“Sì, e per me ci sono state due Nilde Iotti. Quella che ho ascoltato al comizio di chiusura della campagna del referendum sul divorzio, a Torino: un discorso straordinario, autorevole. E poi c’era la Nilde Iotti che, nel 1984, venne a Torino alla festa nazionale delle donne. Arrivò con un bimbo per mano, il figlio di una compagna che si era perso”.

Non era così inavvicinabile come la raccontano?
“Quando sono stata responsabile delle donne comuniste lanciamo la Carta “Dalle donne la forza delle donne”, con il femminismo della differenza. Volli che fosse discussa nella direzione del partito. Mandai il testo a Nilde Iotti. Ricorderò sempre il suo sguardo materno quando arrivò in direzione con quel documento sottobraccio. Intervenne subito per dire che bisognava sostenere le giovani compagne. Tortorella si avvicinò: Chiudi la riunione, hai già la benedizione della Iotti…. Così approvammo la Carta delle donne. Era una presenza materna: quando ho usato questa espressione, D’Alema si stupì e mi disse: Solo tu puoi dire una cosa del genere...”.

Fu Natta a volerla alla guida delle donne comuniste. Che ricordo ne ha?
“Mi volle anche nella segreteria del partito. Gli risposi: Ma tu sei matto, sono un’illustre sconosciuta!. Lui replicò: Ah sono matto? Dillo, allora dillo che sono matto, visto che tutti mi considerano un moderato. Alle politiche del 1987, andai da lui e gli dissi che dovevamo fare il 30% di donne elette in Parlamento”.

E lui cosa le rispose?
“Mi rispose: Ma cosa dici? Facciamo il 25%”.

Ci fu una trattativa?
“Sì, e alla fine mi propose di convocare il comitato centrale per convincere i membri. Mobilitai le donne del partito. Intervennero tutte: quei poveri uomini erano esausti... Alla fine passò il 30%. Ma il Pci alle elezioni andò male. Subito dopo ci fu una riunione della direzione”.

L’analisi della sconfitta, un grande classico.
“Certo. Intervenni, sostenendo che era vero che il Pci aveva perso, ma che le donne avevano vinto. Pajetta mi apostrofò così: Le disgrazie non vengono mai sole”.

Di nuovo Pajetta?
“Sì. Poi mi confidò: Sai, io faccio le battute…”.

Torniamo a Natta. Che segretario fu per il Pci?
“Una grande personalità, che ho avuto la possibilità di frequentare soprattutto quando era “semplice frate” nella sua Imperia. Ricordo i suoi dotti discorsi, il suo amore per le citazioni in latino. Soffriva di essere considerato un comunista conservatore. Contrastò la svolta di Occhetto ma rimase sempre affezionato alla mia generazione. Quando andavo a trovarlo ad Imperia, durante il governo dell’Ulivo, sentivo il suo orgoglio per quella prima volta della sinistra al governo. Ricordo la moglie Adele e la figlia Antonella, grande scienziata di cui era orgoglioso”.

Cosa significò per lei la caduta del muro di Berlino?
“Fu una conferma della peculiarità del Pci rivendicata da Berlinguer. Andavano fatti i conti con l’Urss. Occhetto fu molto bravo”.

La Svolta della Bolognina: quanto fu difficile archiviare il Pci?
“Vivemmo il paradosso tra il legame profondo a un nome, e il fatto che andasse superato. È stata una sofferenza, quel nome ci parlava delle cose più belle, del partito-comunità”.

Fu una sofferenza necessaria?
“Sì, perché la scelta fu giusta, non si poteva fare altrimenti. Ma mi faccia rimarcare la sofferenza: in quel nome c’era la grande comunità popolare del comunismo italiano”.

Oggi sono ancora possibili spazi in cui riscoprire il valore della comunità?
“Ce n’è un estremo e drammatico bisogno. Il grande problema del nostro tempo è la solitudine. Non c’è nulla che possa sostituire il calore della relazione umana, e una buona politica popolare deve fare in modo che le persone vivano quel calore. Abbiamo amato così tanto il Pci perché ci ha dato comunità, popolo: dirsi compagni aveva un senso profondo. Siamo sopraffatti in una società dell’ipertrofia dell’io”.

È stata due volte ministra con Prodi premier: nel 1996 alla Solidarietà sociale e nel 2006 alla Salute.
“Due esperienze molto diverse. La prima fantastica, la seconda molto dura. Alla Solidarietà sociale mi occupai di temi come l’immigrazione”.

Lei ha firmato con Giorgio Napolitano la prima legge organica sull’immigrazione: quanto di quel testo resta attuale e quanto è superato?
“Il decreto Dini era stato reiterato per cinque anni. In Consiglio dei ministri Prodi disse che bisognava superare l’emergenza perché l’immigrazione è un fatto strutturale. Si decise per una legge quadro, che andava coordinata dal ministero della Solidarietà sociale, e non da quello dell’Interno”.

Scelta significativa.
“Sì. E oggi in vigore c’è il testo unico sull’immigrazione che facemmo noi: è stato novellato dalla Bossi-Fini e dalla Berlusconi-Maroni, che hanno sostituito le parti sui clandestini con un’impostazione molto diversa. Ma non si dice che è rimasta in vigore la parte sui diritti sociali: la tutela della salute, anche degli irregolari, il diritto alla scuola per i figli in condizione di irregolarità. Oggi c’è un approccio furibondamente ideologico”.

Perché non si riesce a parlarne in maniera realistica?
“Noi dobbiamo parlare anche di sicurezza, ma non è vero che la sinistra non l’abbia mai fatto. Ricordo il sindaco Pericu, a Genova, e il suo impegno per riconoscere la cittadinanza ai figli degli immigrati e per combattere, al contempo, l’immigrazione clandestina. Oggi dobbiamo fare i conti con l’idea di una società basata sulla bianchezza, sulla remigrazione, sull’idea del 30% nelle scuole. Si fa i conti sempre con uno stereotipo dell’immigrato: o è usurpatore, e allora c’è solo sicurezza, o è vittima, e allora c’è solo accoglienza. E l’immigrato in carne e ossa dov’è?”.

Ma allora perché i partiti contrari all’immigrazione riscuotono consensi così alti in tutta Europa?
“Perché danno in pasto a chi ha problemi di povertà o esclusione il concorrente, l’usurpatore. Fanno leva sul disagio”.

Non crede che la sinistra debba fare autocritica?
“Da una parte, la sinistra è stata subalterna a una politica securitaria; dall’altra parte, in nome dell’accoglienza, non si è fatta carico del bisogno di sicurezza. Mi auguro che il campo largo racconti l’Italia silenziosa della convivenza, in cui italiani e immigrati stanno insieme. Tiriamola fuori, facciamola vedere, sbattiamola in faccia alla Meloni”.

Da ministra ha frequentato spesso Genova.
“Ricordo nel 2000 la conferenza nazionale sulle tossicodipendenze. Il tema era divisivo, ed eravamo a fine legislatura. Era con me la mia carissima collaboratrice, Marina Costa. Scegliemmo Genova non a caso: c’era stata la grande esperienza del Ceis di Bianca Costa, con cui avevo lavorato molto, e don Gallo, che mi regalò il suo affetto. Ho un debito di riconoscenza con Genova”.

Con gli avversari in passato c’era più rispetto?
“Assolutamente sì, e conservo il ricordo delle battaglie trasversali per le donne: la legge contro la violenza sessuale con relatrice Alessandra Mussolini, la modifica dell’articolo 51 della Costituzione per la democrazia paritaria nella politica, con la ministra Prestigiacomo. C’era grande rispetto, collaborazione. Ora Meloni sta tradendo una norma costituzionale che le donne, in modo unitario, hanno costruito”.

Come giudica il lavoro della segretaria del Pd, Elly Schlein?
“Il suo coraggio di candidarsi alla segreteria è stato l’epilogo delle battaglie delle donne di sinistra. In questi anni è stata brava, è una grande risorsa del Pd e del centrosinistra”.

Lo si dice troppo poco a sinistra e in parte del Pd?
“Sì, lo si dice troppo poco. È stata coerente con ciò che aveva promesso: unità del centrosinistra e lotta alle diseguaglianze. Ha fatto rivivere la dimensione di una politica partecipata e popolare. Uno dei problemi della sinistra è darsi la zappa sui piedi: non riconoscere che Schlein è una grande risorsa è patologico”.

Le primarie nel campo largo sono necessarie?
“Penso che il partito che ha più voti dovrebbe indicare il candidato premier. Ma non le demonizzo. D’altra parte, se c’è una personalità che mette al centro il suo io e che vuole le primarie, cosa dovrebbe dire Schlein? Che ha paura?”.

Si riferisce a Conte?
“Sì. A proposito di ipertrofia dell’io… Qui ne abbiamo eh”.

Cos’è, per lei, la politica?
“È stata la mia vita. La politica è potersi dedicare agli altri. È militanza”.

Mario De Fazio

Leggi l'intervista sul Secolo XIX

28 settembre 2026