"Donne in Comune": il contributo decisivo delle sindache nella costruzione della democrazia locale, di Ilaria Romeo

Il progetto sulle sindache del dopoguerra non si limita a recuperare biografie individuali, ma propone una rilettura più ampia della storia della ricostruzione italiana. Attraverso l’analisi delle fonti archivistiche e documentarie, emerge il contributo decisivo di queste donne nella costruzione della democrazia locale e nello sviluppo dei territori. Restituire visibilità a queste esperienze significa arricchire la nostra comprensione del passato e offrire nuovi strumenti per interpretare il presente.


“Le donne in Comune” nasce da un lavoro di ricerca archivistica e documentaria volto a ricostruire, con rigore storico, il profilo umano, sociale e politico delle prime sindache italiane.

L’obiettivo è restituire complessità a esperienze amministrative spesso marginalizzate nella storiografia, ma in realtà decisive nella fase di ricostruzione materiale e civile dell’Italia uscita dalla guerra.

Le fonti utilizzate sono molteplici e stratificate.

Da un lato, la documentazione d’archivio locale – delibere comunali, atti amministrativi, registri delle opere pubbliche – che consente di seguire nel dettaglio le scelte politiche e le realizzazioni concrete delle amministrazioni guidate da donne. Dall’altro, materiali a stampa, saggi storici e testimonianze, come quelli relativi alle elezioni amministrative del 1946, che segnano l’ingresso delle donne nella vita politica attiva.

Le prime elezioni amministrative del 1946 si svolsero in più tornate tra il 10 marzo e il 7 aprile, coinvolgendo 5.722 Comuni.

Si trattò di una vera e propria prova generale della nuova democrazia italiana.

Per la prima volta le donne non solo votarono, ma furono anche elette nei consigli comunali e, in alcuni casi, alla carica di sindaco.

Il Paese usciva dalla guerra con istituzioni distrutte, amministrazioni locali commissariate e un sistema politico completamente da ricostruire. Le consultazioni servivano quindi a ristabilire il funzionamento degli enti locali e a preparare il terreno alle scadenze decisive dei mesi successivi: il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 e l’elezione dell’Assemblea costituente.

Il clima era complesso e spesso segnato da tensioni sociali e politiche. In alcune aree del Paese – soprattutto nel Mezzogiorno e nelle isole – le autorità dovevano affrontare problemi di ordine pubblico e forti conflitti sociali.

Tuttavia la partecipazione elettorale fu straordinaria, segno di una società che dopo la lunga parentesi autoritaria tornava a riconoscersi nella dimensione democratica. L’affluenza fu altissima in tutta la penisola:

85,4 per cento nei Comuni del Nord,

82,8 nel Centro,

78 nel Sud,

73,3 nelle isole.

Questi dati mostrano quanto il voto fosse percepito come un momento fondativo della nuova Italia.

Il tratto più innovativo di quelle elezioni fu, senza dubbio, l’ingresso delle donne nella cittadinanza politica.

Un elemento spesso dimenticato riguarda i tempi molto ravvicinati con cui furono riconosciuti alle donne i diritti politici. Con il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945 venne riconosciuto alle donne italiane il diritto di voto, ponendo fine a una lunga esclusione dalla cittadinanza politica.

Ma quel provvedimento non prevedeva ancora esplicitamente la possibilità per le donne di essere elette.

Il diritto di eleggibilità, cioè di candidarsi alle cariche pubbliche, fu riconosciuto solo l’anno successivo con il decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, approvato a pochi giorni dalla scadenza per la presentazione delle liste elettorali per le amministrative. La decisione arrivò quindi quasi all’ultimo momento e lasciò ai partiti e ai movimenti politici pochissimo tempo per includere candidate nelle liste.

Nonostante questi tempi strettissimi, migliaia di donne riuscirono comunque a entrare nei consigli comunali e alcune di loro furono elette sindache, inaugurando una presenza femminile nelle istituzioni che avrebbe segnato la nascita della democrazia repubblicana.

Le sindache del dopoguerra si trovarono ad affrontare problemi urgenti e concreti, spesso con risorse limitate ma con una forte legittimazione derivante dal rapporto diretto con la popolazione.

L’Italia usciva dalla guerra profondamente segnata: le infrastrutture erano in gran parte distrutte, l’economia era fragile, la disoccupazione diffusa, le condizioni igienico-sanitarie spesso drammatiche. I comuni rappresentavano il primo livello di risposta a questi problemi.

Dal punto di vista dell’estrazione sociale e culturale, emerge un quadro articolato. Alcune sindache provenivano da famiglie borghesi o notabili, con livelli di istruzione elevati, molte sono maestre; altre erano espressione di ceti medi o popolari, spesso legate all’associazionismo e all’esperienza resistenziale. Lydia Toraldo Serra rappresenta un caso significativo di appartenenza a un ambiente colto e politicamente impegnato: figlia di un noto esponente del liberalismo calabrese, conseguì la laurea in Giurisprudenza nel 1929, distinguendosi come una delle prime donne calabresi a intraprendere questo percorso. Questa formazione giuridica e politica si tradusse in una capacità amministrativa solida e in una visione ampia del ruolo delle istituzioni locali.

Accanto a questa componente, è importante sottolineare come molte sindache fossero profondamente radicate nel tessuto sociale delle loro comunità. Il loro consenso non derivava tanto dall’appartenenza a strutture partitiche, quanto da una relazione diretta con i cittadini, costruita attraverso l’impegno quotidiano e la risposta ai bisogni immediati. Un rapporto franco e leale con la popolazione, che costituisce la principale fonte di legittimazione del loro operato.

Le politiche realizzate da queste amministratrici mostrano una forte attenzione alle urgenze sociali. In primo luogo, l’approvvigionamento alimentare: in una fase segnata da scarsità e razionamenti, garantire il cibo alla popolazione era una priorità assoluta.

Parallelamente, grande attenzione è dedicata all’edilizia popolare e alle condizioni abitative. La costruzione delle prime case popolari rappresentò un passo fondamentale per migliorare le condizioni di vita di una popolazione spesso costretta in abitazioni precarie e insalubri. A ciò si affiancavano interventi nel campo dell’assistenza, con iniziative rivolte in particolare ai bambini e alle fasce più deboli.

Un altro ambito centrale è quello dell’istruzione e della promozione culturale. Le sindache del dopoguerra compresero che la ricostruzione materiale doveva essere accompagnata da un innalzamento del livello culturale della popolazione. Vengono istituite nuove scuole e corsi di formazione, ampliando l’accesso all’istruzione anche ai ceti meno abbienti.

Si tratta di interventi che avranno effetti duraturi, contribuendo alla mobilità sociale e alla formazione di nuove generazioni.

Sul piano delle opere pubbliche, l’impatto delle amministrazioni guidate da donne fu particolarmente rilevante. Le fonti documentano interventi su infrastrutture essenziali: strade, acquedotti, sistemi fognari, illuminazione urbana. Furono realizzati lavori di pavimentazione, potenziamento degli acquedotti e sistemazione delle reti fognarie, migliorando significativamente le condizioni igienico-sanitarie delle città. Anche il settore sanitario fu oggetto di interventi, con il potenziamento degli ospedali e la creazione di servizi per la maternità e l’infanzia.

Particolarmente significativa è la capacità di queste amministrazioni di coniugare interventi di emergenza e visione di lungo periodo. Accanto alla gestione delle urgenze, si sviluppano progetti di sviluppo economico e territoriale. Nel caso di Tropea, ad esempio, emerge una precoce attenzione al turismo come risorsa strategica: la realizzazione di uno stabilimento balneare moderno e la riqualificazione del porto rappresentano scelte innovative, che anticipano lo sviluppo turistico della località.

L’impatto dei mandati di queste sindache sui rispettivi comuni sarà dunque profondo e multilivello.

Sul piano materiale, contribuirono alla ricostruzione delle infrastrutture e al miglioramento delle condizioni di vita.

Sul piano sociale, rafforzarono i legami comunitari e ampliarono l’accesso ai servizi.

Sul piano culturale, promossero l’istruzione e la partecipazione, favorendo una maggiore inclusione.

Non meno importante è l’impatto simbolico e politico. La presenza di donne alla guida delle amministrazioni locali rappresentò una rottura significativa rispetto al passato e contribuì a ridefinire i confini della cittadinanza e della partecipazione politica. Come emerge anche dagli studi sul 1946, la partecipazione femminile non fu un elemento marginale, ma un fattore strutturale del nuovo sistema democratico.

Tra le figure analizzate emerge, senza dubbio alcuno, quella di Ada Natali, sindaca di Massa Fermana, spesso indicata come una delle prime donne a ricoprire tale carica in Italia. Proveniente da un ambiente politicamente impegnato e segnata dall’esperienza della Resistenza, Natali rappresenta il profilo di una sindaca fortemente radicata nella cultura politica della sinistra e capace di tradurre tale esperienza in azione amministrativa concreta. Il suo caso evidenzia il legame, tutt’altro che marginale, tra partecipazione femminile e mobilitazione antifascista. Attiva nelle leghe contadine e nelle reti femminili del dopoguerra, Natali partecipa direttamente alla CGIL unitaria (1944–48) ed è considerata la sindaca più organicamente inserita nel mondo sindacale(tra le altre sindache segnaliamo Anna Montiroli CocciaRoccantica (Lazio). Antifascista ed esule in Francia. Vicina alle reti socialiste e mutualistiche che confluirono nella CGIL unitaria dal forte radicamento nelle istanze sociali e contadine della Sabina. Non iscrizione formale, ma prossimità politica e culturale evidente. Da segnalare anche Elena Tosetti, sindaca di Fanano (Modena). Votata da una coalizione Pci-Psi, Elena è schedata nel Casellario politico centrale. Nel 1947 la "Domenica del Corriere" pubblicava una delle consuete tavole di Walter Molino che ritraeva Elena Tosetti che spalava la neve in una strada del suo paese. La didascalia che accompagnava l'illustrazione recitava: "Una donna dà l'esempio … In un paese dell'Appennino il Sindaco - che è una donna - non trovando uomini che si prestassero per poca mercede alla spalatura, scendeva per strada con gli impiegati comunali e si metteva energicamente al lavoro”).

Un diverso modello è offerto da Ninetta Bartoli, eletta nel piccolo comune sardo di Borutta, e da Margherita Sanna, sindaca di Orune, che testimoniano come la presenza femminile alla guida dei comuni non fosse limitata ai centri urbani, ma coinvolgesse anche realtà rurali e periferiche. In questi contesti, l’azione amministrativa si concentrava soprattutto su interventi di base: approvvigionamento idrico, viabilità, servizi essenziali.

Particolarmente interessante è anche il caso di Caterina Tufarelli Palumbo Pisani, eletta giovanissima sindaca in Calabria, che rappresenta uno degli esempi più precoci di accesso femminile alle cariche amministrative, nonché un segnale della rapidità con cui il nuovo quadro istituzionale del 1946 aprì spazi di partecipazione prima impensabili .

Altre figure, come Ottavia Fontana o Elsa Damiani, pur operando in contesti diversi, condividono alcune caratteristiche comuni: un forte radicamento locale, una formazione spesso medio-alta e una marcata attenzione ai bisogni concreti delle comunità, in particolare nel campo delle infrastrutture, dell’assistenza e dell’istruzione.

Nel loro insieme, queste esperienze mostrano come le sindache del 1946 non costituiscano un’eccezione isolata, ma un fenomeno diffuso e trasversale, capace di incidere in modo significativo nei processi di ricostruzione locale. Il confronto tra questi profili consente di cogliere sia le specificità dei singoli contesti, sia alcuni tratti comuni, tra cui la centralità del rapporto diretto con i cittadini e la priorità attribuita alla risoluzione dei problemi quotidiani.

In conclusione, il progetto sulle sindache del dopoguerra non si limita a recuperare biografie individuali, ma propone una rilettura più ampia della storia della ricostruzione italiana. Attraverso l’analisi delle fonti archivistiche e documentarie, emerge il contributo decisivo di queste donne nella costruzione della democrazia locale e nello sviluppo dei territori. Restituire visibilità a queste esperienze significa arricchire la nostra comprensione del passato e offrire nuovi strumenti per interpretare il presente.

Ilaria Romeo
Responsabile dell’Archivio storico della Cgil nazionale

04 giugno 2026