Genitrice di Rosa Russo Iervolino (sindaca di Napoli dal 2001 al 2011), ha ispirato la Carta su diritti civili e istruzione. La nipote Francesca Russo: “Andava controcorrente”.
Disse, una volta, che la politica per lei non era mai stata un’occupazione, quanto - piuttosto - una responsabilità verso la storia che stava vivendo. Omise di dire, forse per eccesso di sobrietà, che quella storia la stava anche scrivendo. Perché quella di Maria De Unterrichter Iervolino è stata la voce di una delle donne che riuscirono a farsi spazio nei luoghi in cui si decideva il futuro del Paese, nel cuore del ‘900 italiano.
Prima ancora di essere deputata democristiana per tre legislature, fu una delle 21 donne, su 556 membri, che composero l’Assemblea costituente italiana: le “madri costituenti”. Contribuì alla nostra Costituzione in particolare su temi come diritti civili, famiglia, lavoro e istruzione, dando voce alla prospettiva femminile nella scrittura delle fondamenta democratiche italiane.
Così, nella lunga vigilia del 2 giugno, Festa della Repubblica, la sua storia, che s’intreccia con quella di resistenza di Napoli - dove si trasferì nel cuore del Ventennio dopo aver sposato Angelo Raffaele Iervolino, presidente della Gioventù cattolica, anche lui tra gli artefici della Costituzione - è una storia di straordinaria passione per la politica al femminile. Una storia che esalta il ruolo de “Le donne della Repubblica”, sintetizzato nel volume dedicato al referendum del 2 giugno del 1946 che Repubblica regala martedì ai suoi lettori.
«Nonna è morta nel 1975, avevo appena tre anni ma ricordo bene quel giorno, anche se avrei capito solo con il tempo, attraverso i miei studi e i ricordi di chi ha avuto il privilegio di conoscerla, chi sia stata Maria De Unterrichter», racconta la nipote Francesca Russo, che insegna Storia del pensiero politico all’università Suor Orsola Benincasa. «Più di tutto, è stato il suo ruolo nell’Assemblea costituente a restare indelebile, perché fu un segno di grande intelligenza collettiva, a cui prese parte da protagonista, riuscire a tenere insieme differenti orientamenti, pur uniti dall’antifascismo. Ma nonna è andata controcorrente, negli anni del patriarcato: coltivava il coraggio delle scelte, andava controcorrente. Votò convintamente repubblica, al referendum, nonostante l’aria monarchica che tirava, in prevalenza, a Napoli».
Una vita da romanzo, quella di Maria. Nata nel Trentino, allora asburgico, il 20 agosto 1902, padre ufficiale della Guardia di finanza appartenente alla nobiltà sudtirolese, poi profuga a Innsbruck allo scoppio della Grande Guerra, tornò a Trento per gli studi liceali e si iscrisse nel 1922 alla facoltà di Lettere della Regia università di Roma. «Cultura profondamente mitteleuropea, coltivò presto una totale avversione al fascismo. – racconta ancora Francesca – Fu subito chiara la sua propensione a rompere le barriere: prima donna a essere eletta presidente della Federazione universitaria cattolica italiana, a lungo dirigente nell’Unione donne cattoliche, molto attiva nei movimenti pacifisti».
Tante vite in una, quella a Napoli la più intensa: «Ha amato molto questa città e la sua napoletanizzazione, per così dire, non era un fatto scontato. Mamma mi ha spesso raccontato che si cimentava a parlare dialetto con scarso successo. Qui ha vissuto anni difficili, in particolare nel 1943, con le Quattro Giornate, e negli anni successivi: madrelingua tedesca, si impose un ruolo di dialogo con i militari. Nonna era stata docente nei licei, con il fascismo le era stato precluso l’insegnamento pubblico». Poi, con la nascita dei figli Rosa, futura sindaca di Napoli e a lungo figura di primo piano nella politica italiana, e Domenico, Maria rinunciò alla cattedra. «Ma non smise mai di veicolare la sua visione moderna sul tema dell’istruzione pubblica. A lungo presidente dell’Opera nazionale Montessori, dedicò gran parte del suo impegno politico e sociale alla riforma della scuola e alla tutela dell’infanzia».
Memorabile il discorso pubblico con il quale salutò, in seno all’Assemblea costituente, il ritorno in Italia di Maria Montessori, costretta all’esilio dal Duce, per il quale si era spesa in prima persona. Disse: «Vorrei ricordare qui l’opera di Maria Montessori, che ha dato al mondo un metodo educativo nato in Italia e apprezzato in ogni Paese civile. Ella ha insegnato soprattutto il rispetto della personalità del bambino, della sua libertà interiore, della necessità che l’educazione sia fondata non sulla costrizione, ma sullo sviluppo spontaneo delle capacità umane. Questi princìpi devono essere presenti anche nella scuola italiana, che non può limitarsi ad istruire, ma deve educare uomini liberi e responsabili». E in quella idea di scuola, di libertà e di responsabilità Maria sembra ancora oggi ricordare che la Repubblica non è soltanto una forma di Stato, ma una forma di coscienza.
Leggi l'articolo di Pasquale Raicaldo su Repubblica
29 maggio 2026