Le Ragazze di Botteghe Oscure, recensione di Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi

Entrano (spesso da volontarie) con il cuore che batte nell’atrio del “Bottegone”; guardano meravigliate la stella, la bandiera della Comune di Parigi e il busto di Gramsci.
Per molto tempo nessuno si ricorda di loro. Sarà Tamara Giorgetti (con la collaborazione di Antonella Giorgetti) a strappare via la coperta del silenzio con "Le ragazze di Botteghe Oscure", (Prefazione di Livia Turco, edizioni Bordeaux 2026).


Referendum costituzionale sulla riforma dell’ordinamento giudiziario (separazione delle carriere e riforma del Csm): andiamo a votare. Seggio strapieno. Non sapendo come interpretare i tanti, le tante in fila, ci arriva un’ondata di nostalgia per Celso Ghini.

Chi era Ghini? L’aruspice che dal mitico ufficio elettorale del Pci, storica sede nazionale del Partito comunista italiano in via delle Botteghe Oscure numero 4, tirava fuori dati capaci di anticipare quelli del Viminale.
Sembrava una speciale “incubatrice” e di lì passarono accumulando esperienze, capacità bravura nel loro lavoro tante ragazze, giovanissime compagne comuniste.

“Quel lavoro bestiale viene organizzato dando a ognuna una Regione, un Collegio, numeri di telefono di compagni che fanno la spola dai seggi alle sezioni, dalle sezioni alle federazioni. Un lavoro che solo noi eravamo capaci di fare”.
Chiamiamole pure assistenti, segretarie, ma sono state anche molto altro: una comunità che rivendica orgogliosa la sua diversità perché diverso è il Pci dagli altri partiti.

Entrano (spesso da volontarie) con il cuore che batte nell’atrio del “Bottegone”; guardano meravigliate la stella, la bandiera della Comune di Parigi e il busto di Gramsci.
Per molto tempo nessuno si ricorda di loro. Sarà Tamara Giorgetti (con la collaborazione di Antonella Giorgetti) a strappare via la coperta del silenzio con "Le ragazze di Botteghe Oscure! (Prefazione di Livia Turco, edizioni Bordeaux 2026).

Un flusso di parole per riacchiappare quell’esperienza. Protagoniste la stessa Tamara, Antonella, Agnese Ascione, Chiara Bartalini, Anna Maria Carli, Stefania Ciabotti, Laura Fusà, dalla sezione Franchellucci, Lucilla Gori, Paola Immi, Adriana Leo, Daniela Pieragostini, Daniela Luzzi, Claudia Pinci, Pia Sabatino, Rosalba Stella, Adriana Morolli.
Pezzi di biografie femminili, racconti di chi ha incrociato importanti, impensati, terribili episodi della vicenda italiana: la vittoria elettorale del Pci nel ’75, nel ’76, l’orrore per la strage di piazza Fontana, il rapimento Moro, l’assassinio di Pio La Torre.

Alla maniera di Harvey Keital: “Sono il signor Wolf, risolvo problemi” (nel film Pulp Fiction di Quentin Tarantino), le “compagne segretarie” organizzano la vita politica e pure quella umana dei dirigenti e delle dirigenti comuniste; gli battono a macchina le relazioni; gli confezionano la rassegna-stampa; partono e tornano in giornata per consegnargli un indispensabile testo. Per riprendere fiato anche loro vanno a bere il caffé al bar di Vezio ma si sono anche sistemate con la “napoletana” in ufficio.

A segnalarle alla Direzione del Pci i segretari di sezione; all’inizio volontarie, arrivavano al “Bottegone” spesso seguendo le orme del padre.

“Eravamo tutte contente di lottare per cercare di cambiare le cose in questo mondo pieno di ingiustizie e, soprattutto, tutte contente di lavorare per il partito che aveva questa missione. Non c’erano orari, non c’erano feste, non c’erano vacanze, ti potevano chiamare in un qualunque momento se c’era bisogno di te”.
Non protestano per la fatica, non rivendicano scatti di carriera: “Il nostro è il lavoro più bello del mondo”. Mitizzazione del “fuoco sacro degli ideali?”
Qua e là compare qualche crepa provocata dal femminismo, qualche dubbio sulle forme quotidiane della soggezione patriarcale. “Ricordo che un giorno parlando con il professor Lucio Lombardo radice mi sentii gelare quando mi chiese: “Ma tu ti chiami solo Antonella? Non hai un cognome?”

In effetti – nota Livia Turco – gli uomini si chiamavano per cognome, le segretarie per nome. C’era Bianca di Tortorella, Giovanna di Pajetta, Marina di Macaluso, Tamara e Bianca di Adriana Seroni, Mara di Reichlin.
Pazienza. “Non è affatto definire una compagna un dirigente… il non sta affatto a significare una forma di sudditanza o di subordinazione”.

In questa narrazione ognuna dice di sé. Nel Partito, sono più uomini che donne e gli uomini occupano posizioni apicali? “Nel lavoro a Botteghe Oscure la gerarchia non si percepiva: si trattava di un lavoro collettivo e ciascuno dava il proprio massimo nel proprio ruolo”.
Non più angeli del focolare come le loro madri nemmeno rientrano nella categoria degli angeli del ciclostile come le sorelle sessantottine. L’indipendenza raggiunta attraverso il proprio lavoro le rende felici e comunque “prima che di lavoro per noi si trattava di militanza”, di passione politica.

L’esclusione dalla parola pubblica che hanno sofferto in tante quasi non le riguarda. Il diritto a realizzarsi professionalmente rimane sospeso. È il Pci che provvede all’emancipazione anche se la decisione di portare alla luce la presenza nascosta delle “compagne segretarie” viene – pensiamo noi – dalla spinta trasformativa del femminismo. In effetti, il femminismo ha sempre spinto le donne a scrivere la propria storia, a parlare di sé, a ascoltarsi reciprocamente.

Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi
 

02 maggio 2026