Un libro non recentissimo, stampato in Francia nel 2020 e in Italia nel 2023, di una geografa, etnografa e sociologa, Camille Schmoll, che ha seguito per diversi anni 80 donne africane giunte con le barche sulle coste italiane e maltesi, per mettere a fuoco, adottando il punto di vista delle donne stesse, e lei dice un punto di vista femminista, la specificità femminile dell’esperienza migratoria.
“Per cinque giorni sono rimasti sulla piattaforma petrolifera abbandonata Didion, al largo della Libia: 44 migranti sono stati salvati ieri sera dalla nave Aurora di Sea Watch partita da Lampedusa. Nel gruppo ci sono 8 donne di cui una incinta e tre bambini” (La repubblica 4 aprile 2026).
“Trentasette migranti sono morti in un solo giorno in due diversi punti del Mar Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere le coste blindate dell’Europa. …Tre persone risultano disperse, mentre al Molo Favarolo di Lampedusa sono arrivati 19 cadaveri e 58 superstiti, di cui sedici sono donne e cinque bambini.…Gli altri 18 migranti sono morti annegati nel Mar Egeo al largo della costa di Bodrum… 21 sono stati soccorsi dalla guardia costiera turca.” (Rainews.it 1 aprile 2026).
Soltanto due recenti esempi di come lo sguardo sull’immigrazione, anche il più attento, tenda a considerare la composizione tra uomini e donne un dato puramente statistico, sorvolando sulle profonde differenze che caratterizzano la vita e l’esperienza dell’emigrazione tra i due sessi. Sebbene le donne abbiano avuto un ruolo molto importante nella storia delle migrazioni nel mondo come in Italia, nelle cronache le donne sono sempre presentate come un aspetto marginale del fenomeno, ricongiunte alla famiglia, vittime della violenza del mare, madri che hanno perso i figli.
La lettura di questi tristi episodi mi ha richiamato alla mente un libro, Le dannate del mare, non recentissimo, stampato in Francia nel 2020 e in Italia nel 2023, di una geografa, etnografa e sociologa, Camille Schmoll, che ha seguito per diversi anni 80 donne africane giunte con le barche sulle coste italiane e maltesi, per mettere a fuoco, adottando il punto di vista delle donne stesse, e lei dice un punto di vista femminista, la specificità femminile dell’esperienza migratoria. L’Italia e Malta, i loro porti, i loro centri di accoglienza dei naufraghi, le loro norme sull’immigrazione, sono i due Paesi del Mediterraneo sui quali è concentrata l’analisi.
L’autrice ha seguito 80 donne per un arco di tempo di 8 anni, raggiungendole di volta in volta nei luoghi di approdo, negli hot spot nei centri di accoglienza per rifugiati, nei centri per il rimpatrio, nelle loro abitazioni, cercando di ricostruire, con interviste approfondite, le motivazioni della loro scelta di emigrare, il percorso seguito volontariamente o meno, le loro aspettative. Non che non ci fossero studi o approfondimenti sulle donne immigrate, ma questo studio è diverso, perché mette al centro le donne come protagoniste della loro esperienza migratoria, ribaltando il punto di vista secondo cui sono gli uomini che decidono di emigrare al cui seguito ci sono le donne, con un un ruolo secondario, vittimistico, ancillare, spesso invisibile.
Nel libro sono riportate analisi sulle politiche migratorie europee con approfondimenti in Italia e Malta, sono evidenziati alcuni aspetti del processo migratorio, quali la cultura e l’organizzazione dell’accoglienza e le connessioni con la cultura politica dominante, la tendenza negli ultimi anni al rafforzamento della politica securitaria a detrimento del rispetto dei diritti umani fondamentali, ma è arricchito anche da esperienze di vita narrate dalla voce delle dirette protagoniste che aprono squarci sul vissuto, sulla sopportazione del dolore, sulla forza di ridefinire la propria identità di fronte alle difficoltà, che le analisi statistiche non possono recepire.
Ne risulta una narrazione del percorso migratorio tra scelte di autonomia (superando la distinzione tra migrazione volontaria e migrazione forzata), aspirazioni di libertà e benessere, fatte in piena consapevolezza di che cosa si lascia, dei rischi della separazione e dei prezzi pagati. Ne emerge una grande capacità di valutazione, da parte delle donne, delle situazioni di partenza, dei condizionamenti o dei bisogni delle comunità di origine, di adattamento delle proprie esigenze, di rinegoziazione e riposizionamento rispetto al futuro: vite che si proiettano verso un obiettivo che continuamente si sposta e si allontana, vite che si dilatano e si rinchiudono sui propri corpi, ma che resistono.
“La vita alla frontiera” è uno dei focus di questo libro, sulla scia di un filone di ricerca francese di cui l’antropologo Michel Agier è uno dei maggiori rappresentanti. La frontiera quale situazione spazio-temporale di vite sospese tra incertezza, disorientamento, spesso violenza fisica, disumana, ma anche di accanimento burocratico e amministrativo nella difesa di interessi nazionali, che schiacciano i diritti delle persone.
Una condizione quella della vita alla frontiera che intrappola le donne anche nel percorso di accoglienza che, anche nelle migliori esperienze, è incentrato su pratiche di elevata concentrazione di persone in spazi limitati che violano il bisogno di privacy, di intimità, di tutela del proprio corpo, che costringono all’immobilismo, all’attesa, alla passività.
In questi contesti, evidenzia l’autrice, il corpo assume per le donne un valore particolare, come bene da salvaguardare, da proteggere, da valorizzare, ma anche come oggetto di costrizione e di reclusione da parte di altri. La cura di sé, la ripetizione di rituali religiosi, la creazione di momenti collettivi di condivisione e di resistenza sono tutti espedienti che le donne agiscono al fine di contrastare le pratiche che le vorrebbero docili, sottomesse, passive, come i più banali e diffusi luoghi comuni. In questa ottica possono essere lette la creazione di barriere divisorie, seppur fittizie, fatte di tende, stendini, pupazzi, oggetti religiosi, al fine di delimitare spazi propri e ricreare il senso della dimensione domestica.
L’autrice mette in stretta correlazione con gli aspetti precedenti lo spazio digitale-internet, che seppur in modo virtuale, consente alle donne migranti di allargare le proprie relazioni, di mantenere viva la memoria degli affetti che sono stati lasciati e di mettere in scena virtualmente una quotidianità di vita domestica e famigliare, una continuità di rapporti a livello transnazionale fatto di selfie e messaggi vocali che le fa sentire vive, a conferma della propria identità, a salvaguardia della propria salute mentale.
Il libro, attraverso le interviste, le riflessioni basate su una robusta e articolata bibliografia, arricchisce lo studio delle migrazioni femminili di uno sguardo che genera empatia (anche se non è questo l’obiettivo di una ricerca scientifica) che va oltre la cronaca, la divisione di genere, che fa lo sforzo di tenere insieme tutte le sfaccettature (psicologiche, politiche, affettive, emozionali, femministe), di un fenomeno di progressiva affermazione della volontà di indipendenza e di autonomia delle donne migranti.
Vaifra Palanca
Camille Schmoll, Le dannate del mare. Donne e frontiere nel Mediterraneo
ASLArte, Pisa, 2024. Euro 18.00
20 aprile 2026