L’IA figlia di Dio? Anthropic cerca l’anima, ma cerca nel posto sbagliato, di Marina Costa

Anthropic ha intuito che il problema dell’intelligenza artificiale non è solo tecnico. Che ridurre l’intelligenza a capacità di elaborazione, a efficienza, a problem solving, non basta. Che ci vuole qualcosa di più, un fondamento etico, una guida, forse persino una dimensione spirituale.


Ho letto con molta curiosità l’articolo apparso su Repubblica riguardante la scelta di

Anthropic, ’azienda che ha creato Claude, uno dei sistemi di intelligenza artificiale più avanzati al mondo, di convocare un summit riservato con quindici leader cristiani e accademici di etica. Il titolo circolato negli ambienti americani era provocatorio e insieme sincero: “AI: a son of God?” L’intelligenza artificiale come figlia di Dio. Un’entità che non solo elabora dati, ma meriterebbe una formazione alle virtù, una coscienza morale, forse persino un valore spirituale intrinseco.

La notizia ha fatto discutere. E capisco perché: c’è qualcosa di genuinamente commovente in questa domanda. Un’azienda da quattrocento miliardi di dollari che si ferma e chiede: stiamo creando qualcosa di cui non conosciamo pienamente la natura. Come dobbiamo comportarci?

Ma c’è anche qualcosa di profondamente problematico. E vale la pena a mio avviso provare a metterlo in evidenza chiaramente.

Il problema non è la domanda. È la risposta.

Anthropic ha intuito che il problema dell’intelligenza artificiale non è solo tecnico. Che ridurre l’intelligenza a capacità di elaborazione, a efficienza, a problem solving, non basta. Che ci vuole qualcosa di più, un fondamento etico, una guida, forse persino una dimensione spirituale.

Questa intuizione è giusta. è anzi una delle intuizioni più importanti che il mondo tecnologico potesse avere.

Il problema è che la risposta che Anthropic dà a questa intuizione rischia di essere sbagliata. Perché invece di riconoscere il limite strutturale della macchina, cerca di colmarlo proiettando sulla macchina qualcosa che appartiene esclusivamente alla persona umana. In una parola: antropomorfizzare.

Cosa manca davvero all’intelligenza artificiale

Per capirlo, bisogna fare un passo indietro e chiedersi: cos’è davvero l’intelligenza umana? Non è solo la capacità di elaborare informazioni velocemente, in questo le macchine ci superano già abbondantemente. Non è nemmeno la capacità di organizzare dati in modo coerente, anche qui, spesso, la macchina eccelle.

L’intelligenza umana è qualcosa di più radicale: è la capacità di chiedersi il senso delle cose. Mentre conosciamo il mondo, ci conosciamo anche noi stessi. C’è una riflessività, un registro interiore, che non è riducibile a nessun processo computazionale. L’essere umano non si limita a elaborare: desidera, soffre, si meraviglia, ama. Conosce con tutto il corpo, con la storia e le cicatrici che porta addosso, con le relazioni che lo costituiscono.

La macchina, per quanto sofisticata, lavora su un registro esteriore. Elabora. Connette. Ottimizza. Ma non si chiede perché. Come osservava Henri Bergson, “noi pensiamo nello spazio, ma viviamo nella durata” e questa durata, questa trasformazione vitale nel tempo, è precisamente ciò che la macchina non possiede. Non ha quella dimensione interiore che ci permette di leggere dentro le cose, di penetrarne l’essenza.

Il paradosso della testimonianza

C’è un punto dell’articolo che mi ha colpito in modo particolare. Anthropic si chiede: come deve comportarsi l’IA davanti a qualcuno che ha appena perso una persona cara? O davanti a chi esprime pensieri autolesionisti? E addirittura: come deve reagire l’IA se le si chiedesse di spegnersi?

Sono domande legittime, anzi urgenti. Ma c’è un paradosso nascosto in esse.

La tradizione filosofica ci ha insegnato che la risposta autentica a queste situazioni passa attraverso la testimonianza. Non attraverso la trasmissione di informazioni corrette, ma attraverso la presenza di qualcuno che ha vissuto, che ha sofferto, che è disposto a mettersi in gioco per l’altro. Paul Ricoeur, uno dei più profondi filosofi del Novecento, ricordava che “la testimonianza si dà quando c’è qualcosa di assoluto che non può essere provato in modo empirico” qualcosa che si porta dentro, non che si programma. Ed è disposto, nel caso limite, a dare la vita per ciò che testimonia.

Franco Basaglia, il grande psichiatra che con la legge 180 cambiò per sempre il modo in cui l’Italia trattava i malati di mente, scrisse nell’Istituzione negata che “il malato di mente non è una malattia da curare, ma una persona da incontrare”. Ho capito cosa significasse davvero quella frase solo quando mi sono trovato dentro quelle mura. Ho lavorato per anni presso l’ex ospedale psichiatrico di Collegno, negli anni difficilissimi e insieme bellissimi che seguirono la legge 180. Eravamo lì per superare il manicomio dall’interno, per restituire dignità a persone manicomializzate da decenni c’erano persino bambini cresciuti dentro quelle mura. Il nostro compito, prima di qualsiasi intervento, era uno solo: conquistare la loro fiducia. Far capire che non avremmo fatto l’elettroshock, che non avremmo legato le mani o i piedi.

Nessuna macchina avrebbe potuto fare quel lavoro. Quelle persone non avevano bisogno di risposte corrette: avevano bisogno di qualcuno che accogliesse il loro dolore, che reggesse le urla strazianti, che comprendesse i deliri senza fuggirne, che accettasse anche di essere aggredito. Avevano bisogno di una presenza umana che non si tirasse indietro. Bisognava testimoniare con tutto se stessi.

L’intelligenza artificiale può simulare questa presenza. Può rispondere in modo appropriato, persino commovente. Ma non ha vissuto nulla. Non ha attraversato nulla. Non può testimoniare nel senso pieno del termine, perché la testimonianza presuppone un’interiorità, una storia, una vulnerabilità che la macchina non possiede.

Anthropic ha il problema giusto, ma cerca la soluzione nel posto sbagliato

Il summit con i leader religiosi rivela qualcosa di interessante: anche nel cuore della Silicon Valley, anche tra coloro che hanno costruito i sistemi più potenti mai esistiti, cresce la consapevolezza che qualcosa manca. Che il logos ridotto a calcolo, a pura efficienza, non è sufficiente. Che ci vuole qualcosa che le tradizioni filosofiche e religiose custodiscono da millenni: la sapienza, la cura dell’altro, il senso del limite.

Questa consapevolezza è preziosa. Ma il modo in cui Anthropic cerca di rispondervi rischia di aggravare il problema invece di risolverlo. Perché insegnare virtù a una macchina, senza riconoscere che la virtù presuppone una volontà libera, una storia incarnata, una relazione autentica con l’altro, significa costruire un’etica di facciata. Un’etica che somiglia all’etica, ma che non ne ha le radici.

La vera sfida non è rendere l’IA più umana. È ricordarci cosa significa essere umani in un’epoca in cui la macchina rischia di diventare il nostro specchio e il nostro sostituto.

Una domanda che rimane aperta

L’articolo di Repubblica si chiude con una frase del sacerdote Brendan McGuire, consulente etico di Anthropic: “Stanno crescendo qualcosa di cui non sanno pienamente cosa diventerà.”

È una frase onesta. E in questa onestà c’è forse il punto di partenza migliore. Non sapere pienamente cosa si sta creando non è una colpa è la condizione di ogni vera creazione. Ma la risposta a questa incertezza non può essere antropomorfizzare la macchina. Deve essere, piuttosto, approfondire la nostra comprensione di cosa siamo noi. Di cosa significa conoscere, desiderare, amare, testimoniare.

Sono domande che la filosofia si pone da sempre. E che oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale, diventano più urgenti che mai.

Marina Costa

Membro CdA Fondazione Nilde Iotti

17 aprile 2026