Finalmente qualche sussulto. Domenica primo febbraio 2026, su più quotidianii si articolano motivazioni forti e persuasive - con argomentazioni e punti di vista differenti - di far fare alla storia dell'Europa Unita un passo in avanti, verso ciò che vogliamo diventare davvero...
Il sogno europeo di Ventotene (1941) ha offerto una visione così potente che non si è potuto fare a meno di cominciare a dargli una forma. Ma, come sempre, tra il dire e il fare....
Tuttavia, l'Europa Unita ha fatto moltissimo fino ad oggi e nonostante le contraddizioni, volute e/o autolesionistiche, nelle giovani generazioni contemporanee quel sogno ha preso corpo.
Se pensiamo ai nostri universitari degli ultimi 15-20 anni, in tantissimi hanno aderito all’ Erasmus – il programma che permette di studiare per un periodo presso le Università di un altro Stato membro - scopriamo che per loro sentirsi europei è naturale. Se si confronta con il contesto globale, larga parte dei giovani si colloca in Europa, oltre che nel proprio Stato. E non è solo una collocazione geografica: sentirsi europei è anche un sentimento, una percezione. Un moto che accompagna il desiderio di libertà, di aprirsi a più ampi orizzonti, di nutrire la curiosità.
Basti ricordare il passo indietro sull'Erasmus, dopo il dramma della Brexit - dolorosa per molti ma per i ragazzi di più - su cui si è dovuti tornare, anche grazie alla pressione degli studenti, con la Gran Bretagna: per i giovani universitari l’Erasmus non si tocca.
Sentirsi europei nel mondo non è solo un sentimento da universitari, che possono considerarsi una élite. Con internet a disposizione, il più concreto e involontario handicap di un'Europa unita - la pluralità di lingue diverse - è quasi neutralizzato per la maggior parte dei ragazzi più o meno giovani, grazie all'inglese imparato più sulla rete e con le serie TV che a scuola. L'attitudine a viaggiare per l'Europa per lavoro, non solo per studio, dagli anni duemila ha coinvolto un numero crescente di giovani.
Dunque, il popolo degli europei del futuro esiste già.
Anche tra i cosiddetti boomer - quelli che hanno cresciuto i giovani di adesso - il sogno europeo sembra mettersi a fuoco meglio, soprattutto ora, a confronto con gli eventi drammatici cui assistiamo e che sembrano interpretare una raccapricciante miscela di racconti distopici tra quelli che hanno avuto forte seguito negli ultimi anni. Da Orwell in poi, con le continue avanguardie di scienza e tecnica, le prospettive distopiche per l'umanità sono state raccontate in molti modi diversi ma sempre con un assunto comune: nel distopico non c'è giustizia, dunque non c'è pace. Se c'è pace, è per ignoranza. Si tratta di pace posticcia. Quanti europei possono accettarla? Davvero siamo condannati al destino della rana bollita?
Credo, insomma, che il Popolo d'Europa ci sia, unita nelle diversità ma concorde e coraggiosa sui principi fondamentali del diritto e della giustizia. Questo è un buon motivo per fieri di essere europei. Così come le narrazioni distopiche rischiano di trasformarsi in profezie che si autoavverano, così anche funziona il credere possibili le buone ragioni di un buon motivo. Le spinte motivazionali non entrano nelle statistiche e nelle percentuali ma determinano il futuro in misura consistente.
Il Popolo Europeo - cioè le persone comuni cittadine degli Stati membri - direbbe subito sì ad una Europa capace di passare dalle regole ai fatti, dalle nobili dichiarazioni all’esercizio concreto che le vivifichi. Possibilmente in modo ragionevole: per poter fare servono regole chiare e coerenti, ed è necessario non finire nel pantano burocratico, che soffoca ogni impresa.
Serve ragionevolezza ma anche il coraggio di mettere in pratica un'idea bellissima ma complessa, come la vera Europa Unita dei nostri sogni.
Il popolo europeo del futuro c'è già. Cosa aspetta la politica?
Invece di registrare allarmanti dati sui giovani "cervelli in fuga" (in Italia, in particolare, si lascia per non tornare, perlomeno non presto), diamo concretezza agli ideali di un'Europa Unita davvero giusta, e sarà da noi europei che i giovani del resto del mondo vorranno venire a vivere.
P.S. Interessante il riferimento - richiamato nell'articolo di Avvenire citato in calce.- al 'poliedro' come figura e modello politico, struttura ritenuta adatta alla 'convivialità delle differenze', geometria "che riflette tutte le parzialità".
Se la forma poliedrica prende corpo nel modo di costruire la nostra Europa, superando l'irrealistica omogeneità della sfera e la vecchia gerarchia della piramide, diamo letteralmente volume e consistenza alla rete di soggetti che abitano le democrazie europee.
Se la piramide appare inadatta a costruire una convivialità delle differenze, sembra utile allora riconsiderare anche la figura della 'persona sola al comando, posta al vertice della piramide, figura antica sì, ma non così ancestrale come il capobranco dei primi sapiens.
Avvenire - La convivialità delle differenze - Mauro Magatti
Il Messaggero - Europa e Trump, pensiamo a noi - Roberto Napoletano
Il Sole 24 Ore - Il futuro della UE nell'epoca dei predatori - Sergio Fabbrini
Antonella Bellino
02 febbraio 2026