Anna Kuliscioff (1925-2025) un centenario che sa di attualità, di Fiorenza Taricone

Realisticamente, possiamo dire che fra le socialiste fra Ottocento e Novecento Anna Kuliscioff è quella scampata in parte alla disinvolta dimenticanza della memorialistica, ma solo in parte però.


L’oggi con gli occhi di Anna

Il 29 dicembre del 1925  moriva a Milano Anna Kuliscioff,  la teorica del socialismo italiano che ha maggiormente incarnato una militanza politica e femminista. Il centenario appena concluso ha dato modo di rievocarla perché come tutte le protagoniste della vita politica italiana sollecitarne il ricordo e la gratitudine non è sempre impresa facile.

Realisticamente, possiamo dire che fra le socialiste fra Ottocento e Novecento Anna Kuliscioff è quella scampata in parte alla disinvolta dimenticanza della memorialistica, ma solo in parte però. Parlarne nelle pagine della Fondazione Iotti ha perciò un doppio significato: il primo, più ovvio è che la Fondazione Iotti è solita ricordare, attraverso le vite vissute, come la politica non sia mai stata un esercizio monosessuato, nenache quando le donne non godevano di akcun diritto né civile, né politico; il secondo è che in Italia la Fondazione Anna Kuliscioff, insiema alla Fondazione Nilde Iotti sono fra le poche ad essere intitolate a una donna. Se l’approdo per la Kuliscioff è stato il socialismo riformista, il percorso si può definire certamente variegato e internazionale, e non solo perché la Kuliscioff era nata nella lontana Russia, nell’attuale territorio conteso di Odessa, ma perché ha attraversato paesi ed esperienze diverse, da clandestina e da profuga politica, fino ad addottorarsi in Medicina peregrinando dalla Svizzera all’Italia.

Originariamente la Kuliscioff nasceva come Anja Moiseevna Rozenstejn  nella provincia di  Cherson, nel 1854, secondo il calendario ortodosso. Era la prima dei tre figli di Rosalia Karpacevskj e Moisej, un’agiata famiglia commerciante dell’alta borghesia ebraica, convertita all’ortodossia. Anti-zarista da giovanissima, si formò nei gruppi studenteschi insurrezionali russi, e a sedici anni iniziò a partecipare al movimento culturale-ideologico definito ‘nichilismo’. La finestra sul mondo era per lei obbligatoria perché in Russia non erano aperte per le donne le porte dell’Università; si iscrisse al Politecnico di Zurigo, che insieme all’ateneo della stessa città nel 1870 cominciò ad accettare le domande di iscrizione femminili; in quegli anni al Politecnico gli studenti erano 250 e solo tre le donne, fra cui Anja; passò l’esame di ammissione nel 1872/3, iscritta in Filosofia al dipartimento di Scienze esatte, e brillante in matematica, fisica, chimica e petrografia, lo studio dei minerali, delle rocce e delle loro tessiture[1]. Luogo di dibattito e di emancipazionismo pionieristico, in quella città passarono le migliori intelligenze politiche femminili del tempo, da Clara Zetkin a Rosa Luxemburg.

Studentesse polacche, russe e scandinave avevano abbandonato famiglie e paesi d’origine per amore degli studi proibiti alle donne ed era consequenziale la messa a tema nei loro circoli l’oppressione femminile. “Racconta Franziska Tiburtius, che fu una di loro, che avevano capelli corti, enormi occhiali blu, un rotondo e lucido matelot [abbigliamento da marinaio n.d.r.], vestiti tanto corti da sembrare fodere di ombrelli, la sigaretta, l’atteggiamento cupo e altezzoso”[2].

La tela tessuta dal femminismo europeo, studiata solo recentemente, apriva anche in Italia finestre prepotenti sul mondo; accanto ad Anna K. militavano in Europa e nei paesi extra europei le grandi protagoniste del femminismo europeo: Louise Otto in Germania, la pacifista Maria Goegg nella Svizzera crocicchio d’Europa, dove la Kuliscioff risiederà spesso, le suffragiste inglesi e americane, Ellen Key in Svezia, Aletta Jacobs in Olanda, Anna Maria Mozzoni in Italia, in Francia le socialiste e intellettuali francesi, eredi di Olympe de Gouges, del sansimonismo e del fourierismo. Quando lo zar revocò per tutti gli studenti all’estero il diritto di proseguire gli studi, Anna K. strappò non metaforicamente il libretto universitario e tornò in Russia da clandestina.

Nel 1874si trasferì a Odessa per propagandare principi di libertà e giustizia e del gruppo faceva parte anche Pëtr Makarevič, con cui si era sposata a Zurigo pochi mesi prima; arrestato nello stesso 1874, fu condannato a 5 anni di lavori forzati in Siberia, nel cosiddetto processo dei 93, uscendo per sempre dalla vita di Anja. Dopo la pena, diventò impiegato presso un commerciante a Tara, poi a Mosca, ma sembra ormai lontano da velleità rivoluzionarie. In seguito alle prime persecuzioni politiche, la giovane Anna Ivanova durante un soggiorno a Londra con Kropotkin, come segretaria e collaboratrice per fare ricerche al British Museum, cambiò nome, acquisendo definitivamente quello di Anna Kuliscioff. “Due potrebbero essere le ipotesi per la scelta del cognome Kuliscioff: il riferimento a una zuppa ucraino/polacca(kulesh) oppure allo scrittore ucraino Panteleimon Kulish”[3]. Sfuggita all’arresto nell’aprile del 1877, con passaporto falso, oltrepassò per l’ultima volta la frontiera russa. Si stabilì a Lugano, e nello stesso anno conobbe Andrea Costa (1851-1910), nel 1882 primo deputato socialista nel Parlamento regio: fra i due nacque un’immediata, intensa attrazione, sia sentimentale sia ideologica, tanto che nel novembre si trasferirono insieme a Parigi per collaborare all’Internazionale. Kuliscioff conquistò presto il rilevante ruolo di agent de propagation e nell’ottobredel 1878 fu arrestata a Firenze, dove si era recata per il congresso anarchico, restando in carcere fino al dicembre del 1879.

Alla fine del processo, nel 1880, che stabiliva l’assoluzione per la Kuliscioff, ma anche l’espulsione dall’Italia, il giornalista Alfredo Angioini la definiva una madonna slava, graziosa come una donna dei Preraffaelliti. La libertà durò poco: nel 1880 era di nuovo arrestata con Andrea Costa a Milano; nelle carceri di Bologna si ammalò di scorbuto, ma ne uscì dopo pochi mesi. Il processo, celebrato fra il 1879 e il 1880, fu occasione di notorietà: un passato rivoluzionario e un fascino personale, contribuirono alla costruzione del suo mito. Anna Kuliscioff  portava in Italia, dalla Russia autocratica e zarista, ben poco conosciuta in Italia, un diverso concetto di militanza, sperimentata da giovanissima nella cosiddetta ‘andata al popolo’; la predicazione presso i contadini e le contadine per far intravedere un destino diverso, più giusto e meno diseguale aveva in fondo delle analogie con i tentativi insurrezionisti degli anarchici anche in Italia, nelle aree contadine più depresse; si era però resa conto che in entrambi i paesi le strategie insurrezionali avrebbero avuto vita breve. Espulsa dalla Francia dopo il carcere, tornò in Svizzera maturando un’idea di socialismo riformista.

Nonostante la mancata coincidenza delle rispettive elaborazioni politiche, Costa e Kuliscioff collaborarono alla preparazione del primo numero della «Rivista internazionale del socialismo». Nel 1881, con il compagno, nel frattempo scarcerato, si trasferì a Imola, in Romagna, dove visse quasi un anno con lui e la loro figlia Andreana, detta Andreina. L’ambiente chiuso, le costrizioni familiari, la poca comprensione che la famiglia di Costa e in primis la madre le dimostrarono, resero fallimentare i tentativi di convivenza. Il tentativo di Kuliscioff di adeguarsi alla famiglia romagnola si scontrò con le ostilità dei genitori che avrebbero preferito che il figlio sposasse Violetta Dell’Alpi, una sartina di Ancona da cui aveva avuto il figlio Andreino. A Imola, nella casa della famiglia Costa mentre cuciva il corredino per la futura neonata, cercava di adeguarsi alle donne che la circondavano, ma continuava nell’«Avanti!»a scrivere mantenendo una visione internazionale della politica, con Le corrispondenze dalla Russia. La nascita della figlia in un certo senso sancì anche il suo allontanamento, che non si legava probabilmente solo al decreto di espulsione in Italia mai revocato. A Berna chiese di essere iscritta a Medicina, dove frequentò le lezioni ed esercitazioni, per quasi tutto il giorno, cercando di badare alla figlia, con l’aiuto della mamma venuta dalla Russia, sempre in cerca di quell’indipendenza che agli uomini era riconosciuta ‘per genere’.

Nel 1884, faceva ritorno in Italia e si stabiliva a Napoli, dove proseguì gli studi.  Con grande dignità e scarsi mezzi allevava da sola Andreina, ma pur trovando nel clima più mite giovamento alla salute, precipitò nella solitudine e nelle difficoltà economiche.  Il rapporto con Costa, intrecciato con la maturazione e il passaggio di entrambi a posizioni diverse, conobbe approdi differenti: al dissenso politico si accompagnò quello personale e nel 1885 Kuliscioff gli annunciò la fine del loro rapporto affettivo, con parole di grande modernità: bisognava rendersi conto che il tempo della passione era finito, era rimasto però un legame fondamentale fra i due, la figlia Andreina; Anna K. cercò sempre di provvedere personalmente a lei, chiedendo solo ripetutamente a Andrea di riconoscerla, altrimenti per le leggi del tempo avrebbe avuto la triste sorte di illegittima.

A Napoli conobbe Filippo Turati (1857-1932), il compagno di tutto il resto della sua vita e si laureò nell’Ateneo partenopeo nell’anno accademico 1886-87; nei due anni seguenti soggiornò a Padova, a Como, Milano e Pavia, per ottenere la specializzazione in ginecologia, che la portò ad approfondire anche il tema delle febbri puerperali. Ho sempre ritenuto che la sua militanza nell’andata al popolo fra le contadine russe, schiave due volte, dello zarismo e della famiglia, come del resto accedeva dall’altra parte del mondo alle schiave americane, fosse una riprova di quella globalizzazione di genere fondata dalle donne nel mondo per la loro liberazione, tuttora in atto.

Sul tema delle febbri puerperali, causa di frequente mortalità, aveva già indagato l’austriaco Isac Semelweiss; il rimedio era stato trovato nella disinfezione dei medici che passavano dalle sale autoptiche alla cura delle gestanti senza opportuna igiene. Anna K. studiò però i batteri responsabili delle febbri, anche con il celebre medico poi Nobel Camillo Golgi. Non potendo esercitare nelle strutture pubbliche e non potendo essere assunta all’Ospedale milanese perché l’ammissione delle donne in Italia a tutte le facoltà dal 1875 non consentiva al contempo l’esercizio delle professioni cosiddette liberali, diventò a Milano Dottora dei poveri, così chiamata dai pazienti milanesi nelle case di ringhiera dove curava gratuitamente e negli ambulatori privati, per scelta politica, ma anche obbligata; fece dunque parte di quei medici e igienisti, che a Milano sperimentarono e fondarono la medicina sociale, che per lei diventerà anche battaglia politica, con la definizione di malattie professionali e le assicurazioni contro gl’infortuni sul lavoro.

L’influenza duratura su Anna K. dell’andata al popolo in anni giovanili a contatto con le condizioni durissime di vita delle contadine russe non lasciò solo in lei una traccia profonda. Non fu certamente un caso che le prime donne russe laureate in Italia avessero scelto scelto Medicina; la prima laureata in assoluto in Italia fu Ernestina  Piuritz-Manassé, coniugata Paper, nata a Odessa, nel 1846, in una agiata famiglia ebraica come la Kuliscioff, Si laureò a 29 anni all’Istituto di studi superiori fiorentini e aprì nel capoluogo toscano un ambulatorio privato per malattie delle donne e dei bambini, come farà Anna Kuliscioff a Milano insieme ad Alessandrina Ravizza, nata in Russia da padre milanese e madre tedesca. All’ambulatorio era annessa anche una guardia ostetrica, cui si rivolgevano anche ragazze che partorivano figli illegittimi e quindi moralmente considerate delle paria.

La politica come passione

Il sodalizio con Filippo Turati, conosciuto a Napoli, sentimentale e politico, durò fino alla morte, La sua influenza su Turati, con cui si era definitivamente stabilita a Milano, fu notevole. Nella casa studio di Galleria Duomo e ne loro salotto passarono per molti anni esponenti italiani e internazionali del socialismo, ma anche scrittori, giornalisti, operaie, maestre; frutto dell’esperienza reciproca fra Kuliscioff e Turati fu la nascita nel 1889 della Lega socialista milanese, primo nucleo del futuro partito.

Ruolo non trascurabile Kuliscioff lo ebbe anche nella fondazione e gestione di «Critica sociale», la rivista rilevata da Arcangelo Ghisleri, che si chiamava Cuore e critica; diretta con Turati a partire dal 1891, ebbe un contributo insostituibile sia nella redazione degli articoli sia nel disbrigo della corrispondenza internazionale per la conoscenza di numerose lingue, rara nell’Italia del tempo: la rivista diffondeva infatti anche le opere più significative della letteratura socialista internazionale. Da poco tempo la rivista annuncia nel frontespizio Rivista del socialismo italiano fondata da Anna Kuliscioff e Filippo Turati. La posizione di primo piano all’interno del movimento le costò l’arresto negli anni di fine secolo a seguito dei moti milanesi del 1898, cui non aveva partecipato di persona; la breve detenzione, anche se breve, aggravò però l’artrite e la sciatica. Fu per lei l’epoca dell’elaborazione della strategia delle grandi riforme, tributaria, militare, sociale, elettorale, scolastica, su cui più volte richiamò l’impegno di Turati, polemizzando anche apertamente.

Dall’inizio degli anni Novanta, Anna Kuliscioff diventò nota anche per il suo impegno sui temi della condizione femminile, presenti nel pensiero utopistico francese, soprattutto sansimoniano. La prima e più nota conferenza fu Il monopolio dell’uomo(1890), successivamente stampata; il testo, agile e incisivo, cercava di storicizzare le cause dell’inferiorità femminile contro le interpretazioni di stampo lombrosiano sulla biologica, naturale, e quindi immutabile, inferiorità femminile. Anna condivideva gli obiettivi dell’emancipazionismo, ma la novità per le sue compagne di area e di militanza stava nella lettura sociale che includeva le operaie come protagoniste in quanto tali della rivoluzione politica. In questo senso la sua azione, pur essendo intrecciata con quella del movimento suffragista, era autonoma, tanto da motivare la celebre frase che con le femministe borghesi si poteva marciare separate per colpire unite.

L’emancipazione del proletariato non poteva sì avvenire per opera dei lavoratori di ambedue i sessi, ma l’emancipazione della donna poteva solo essere opera della donna stessa. Sulla base di un’inchiesta del Gruppo femminile socialista di Milano sulle condizioni lavorative delle donne nel 1900, preparò un progetto di legge, discusso e accettato nei circoli socialisti di base, il cui frutto sarà la cosiddetta legge Carcano sul lavoro delle donne e dei fanciulli del 1902; l’unica legge in definitiva di un Parlamento liberale su un tema portante, pur con l’esclusione delle categorie delle lavoratrici a domicilio e delle lavoratrici rurali[4].

Sul diritto di voto, il Partito socialista tentennò di fronte a una richiesta che definiva parziale e borghese e fu merito di Anna Kuliscioff e delle compagne più sensibili condividere, nella questione del suffragio, la battaglia suffragista di Anna Maria Mozzoni, lanciando fra il 1904 e il 1906 una grandiosa campagna di mobilitazione per il suffragio universale, anche a costo di polemiche con lo stesso Turati. L’iniziale, profondo conflitto con le posizioni conservatrici degli uomini del suo partito, escluso il solo Gaetano Salvemini, e in particolare con il suo compagno Turati, sul voto alle donne, si esprimeva con un certo clamore nel 1910 in una serie di articoli su «Critica sociale» dal titolo Polemica in famiglia (16 marzo - 1°aprile, 1910).

Nel rispondere a Turati, Kuliscioff sottolineava l’ambiguità della risposta data dal Comitato centrale socialista nell’«Avanti!» al Comitato nazionale pro-suffragio femminile: “Sono a chiedermi ancora perché mai per una dichiarazione così semplice hanno speso tante parole? Come socialisti – bastava rispondere – è ovvio che siamo per il voto esteso alle donne; ma, come partito d’azione non possiamo troppo complicare le cose; le donne abbiano pazienza (non è questa una delle maggiori virtù ch’esse dividono con altri non meno preziosi animali? [5].

Nel 1912 nasceva su suo impulso «La difesa delle lavoratrici», primo periodico nazionale delle donne socialiste, dove il tema era ampiamente discusso, insieme a tanti altri di rilevanza internazionale[6]. Il partito avanzò in Parlamento una proposta di legge nel 1914, ma la guerra era vicina e le divisioni di gran parte del femminismo di area socialista e dello stesso partito, fra interventismo democratico, pacifismo e interventismo rivoluzionario, di certo non facilitarono neanche nel dopoguerra la continuazione del dibattito sul diritto di voto. Nel 1922 il socialista Giuseppe Emanuele Modigliani presentò una proposta di legge, sulla base di un solo articolo di sconcertante semplicità: «Le leggi vigenti sull’elettorato politico e amministrativo sono estese alle donne nei limiti e nei modi del suffragio maschile». L’approvazione venne seguita dallo scioglimento delle Camere vanificando la proposta.

È quindi erroneo sostenere, come talvolta viene fatto, che il voto amministrativo concesso dal fascismo nel 1924 e successivamente pubblicato sulla «Gazzetta ufficiale» fosse la prima conquista suffragista, perché in realtà era preceduto dalla proposta Modigliani; né quel diritto peraltro viene mai esercitato durante il fascismo perché l’introduzione delle leggi podestarili in cui il podestà riunisce in sé le funzioni di sindaco, giunta e Consiglio comunale, lo rendono inutile sia per le donne sia per gli uomini. Sono questi gli ultimi anni di vitalità del Partito socialista e anche quelli di Anna Kuliscioff, preoccupata lucidamente dell’atteggiamento del movimento operaio nei confronti del fascismo, per la violenza che sgomentò e colse di sorpresa soprattutto i socialisti. Consumata la dolorosa scissione di Livorno, che nel 1921 diede vita al Partito comunista d’Italia, i socialisti opposero al fascismo la protesta ideale dell’Aventino. Con l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, Anna si allontanò dall’attività politica. Di fronte allo scatenarsi della guerra, tentò di conciliare l’iniziale pacifismo internazionalistico operaio con la realistica valutazione dell’impossibilità per l’Italia di mantenersi neutrale e, in seguito, con la valutazione positiva dell’intervento a fianco dell’Intesa.

Nel 1917, sempre ancorata ai principi secondo-internazionalisti, si mostrò del tutto favorevole alla rivoluzione di Aleksandr Kerenskij, ma poi decisamente contraria alla svolta bolscevica. L’ascesa al potere di Benito Mussolini le sembrò un fatto inconcepibile, transitorio, e la sua aspirazione dittatoriale, carica di demagogia e improvvisazione. Non reputò necessario stringere accordi con altre forze di sinistra e anzi consigliò una tattica attendista, al fine di evitare il riacutizzarsi della violenza fascista. Con l’assassinio di Giacomo Matteotti e il fallimento dell’Aventino, la sua delusione fu totale e, alla speranza riposta nelle forze democratiche, si sostituì una grande amarezza che l’accompagnò negli ultimi mesi di vita, mentre il fascismo ormai trionfava.

Pur essendo anziana e malata, continuò a discutere, scrivere, intervenire dalla sua casa-studio in galleria Duomo, a Milano, dove nel tempo si erano formate le migliori intelligenze politiche. La figlia Andreina si era sposata con Luigi Gavazzi, di famiglia benestante e religiosissima; la loro figlia, Anna, seguì come studi le orme della nonna, iscrivendosi infatti, prima a ingegneria, poi a medicina. Attiva nella FUCI (Federazione Universitaria Cattolici Italiani), partecipò all’opposizione antifascista, ma nel 1938 entrò nel Carmelo riformato di Firenze. L’idea guida della sua spiritualità fu la trasposizione dell’impegno della nonna, cioè il carattere sacrificale della professione religiosa, l’attuazione del nulla per il tutto. Uno dei figli maschi, dopo aver curato per anni l’impresa di famiglia, diventò religioso nell’Abbazia di Subiaco.

Anna Kuliscioff morì a Milano il 22 gennaio 1925, quasi un anno prima dell’emanazione delle leggi eccezionali. Aveva capito perfettamente la natura dittatoriale e liberticida del fascismo, il quale le riservò un trattamento di tutto riguardo, disturbando il corteo funebre con schiamazzi e provocazioni.

Fiorenza Taricone

 


[1]
Fiorenza Taricone, Anna Kuliscioff, la teoria, la prassi, le politiche di genere all’origine del socialismi italiano, in Anna Kuliscioff il socialismo e la cittadinanza della donna, a cura di M. Degl’Innocenti-F. Taricone-P.Passaniti-L. Tomassini, Roma, Fondazione Altobelli, 2015.

[2]Rarina Farina, Le grandi protagoniste del femminismo europeo, in Esistere come donna catalogo della omonuma mostra, Milano, Mazzotta, 1983, p. 167.

[3]Valerio Lisi, Svanire d’amore e d’ideale, inchiesta storica sullo svanimento di Carlo Cafiero, Reggio Calabria, Les Flaneurs Edizioni, 2024, p. 83.

[4]Isabel Fanlo Cortès, Anna Kuliscioff e la c.d. questione minorile, in Oltre il tempo patriarcale. La lungimiranza di Anna Kuliscioff, a cura di F. Taricone, Pref. Thomas Casadei, Roma, Tab Edizioni, 2025.

[5]Mimma De Leo, Fiorenza Taricone, Le donne in Italia diritti civili e politici, Napoli, Liguori, 1992, p. 170.

[6]Sul periodico, Fiorenza Taricone, La Difesa delle Lavoratrici: socialismo e movimento femminile, Pref. al Reprint integrale, a cura di Giulio Polotti, Milano, Fondazione Istituto Europeo Studi Sociali, 1992.  

07 gennaio 2026