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Automatismi e pensiero nel tempo di Twitter 



A chi ha responsabilità politiche e di governo della cosa pubblica, chiamato ad agire per individuare regole e risposte valide e a vantaggio della comunità, non si chiede l’urlo di Tarzan. Né si chiede che sia il primo in assoluto a cinguettare, perché non stiamo in un gioco a quiz televisivo; né la velocità, tutto sommato, sembra pagare. Capisco i sondaggi, ma anche quelli parrebbero volatili… 



Ci sono situazioni in cui ci possiamo affidare al nostro pilota automatico, quell’insieme di reazioni istintive di risposta all’ambiente che non passa per il pensiero e che è caratterizzato da una straordinaria velocità, parte essenziale della sua efficacia. 
Tra questi, ad esempio, c’è la risposta di emergenza, quella che mette in moto la reazione lotta o fuggi: istantanea capacità fisica di sottrarsi al pericolo. Questa è una risposta il cui obiettivo non è percepire correttamente la realtà, né ricordarla correttamente, ma agire molto velocemente, anche con pochi dati a disposizione: per sopravvivere.              
 
Non sempre le risposte automatiche si attivano per salvarci da un pericolo reale. Possiamo ad esempio cominciare a scappare perché quella macchina che sbanda sembra proprio venirci addosso. A posteriori possiamo anche scoprire che si sarebbe schiantata ben distante da noi. Ma fare una scommessa e aspettare di verificare l’esatta traiettoria di quel veicolo fuori controllo ci avrebbe messo in una condizione di alto  rischio, capace di tradursi in morte. Dunque mettersi a correre velocemente senza ragionare o verificare è un errore decisamente accettabile, perché più funzionale: il cavernicolo che vive in noi ci salva più del razionale che pure ospitiamo.      
 
Poi ci sono situazioni in cui, prima di agire, è meglio pensare. Tra queste, la politica: intesa proprio come attività di gestione della cosa pubblica. 
 
Nelle situazioni complesse, di responsabilità, che non chiedono una risposta istintiva ma la capacità di riflessione, di analisi , di argomentazione e comprensione, potremmo anche dire che è meglio pensare due volte. Questo è ad esempio ciò che suggerisce lo studioso del comportamento umano, Wray Herbert, nel suo libro On Second Thought, dove spiega le abitudini e gli errori della nostra mente. In estrema sintesi, l’autore ci dice che è possibile imparare a difendersi dai nostri errori e dai nostri pregiudizi: serve solo fermarsi e pensare, prima di agire. E anche prima di parlare. 
 
Ora, le meraviglie tecnologiche della nostra epoca permettono l’istantaneità della comunicazione più o meno erga omnes, fatto che tutti noi comprensibilmente riconosciamo essere una gran cosa, e twitter è una di queste meraviglie. Il punto, però, è sempre lo stesso, e si rinnova ogni volta in cui la tecnica ci offre una nuova ricchezza: dipende da l’uso che se ne fa.            
 
A occhio e croce, da qualche tempo, l’uso di twitter nelle mani dei politici nostrani è perlomeno discutibile. Esprimere un’opinione, un pensiero o una specifica presa di posizione basandosi sull’istantaneità di risposta ad un evento, senza acquisire dati, fare analisi, argomentare e comprendere, equivale ad adottare il comportamento del cavernicolo in una situazione complessa. La familiarità con l’utilizzo dei tasti del cellulare, la fiducia che si ha nel proprio pensiero e la certezza dell’approvazione da parte di chi, sappiamo, la pensa come noi (il branco), sembra non richiedere tempi supplementari di pensiero. E parte il tweet. 
 
Però, a chi ha responsabilità politiche e di governo della cosa pubblica, chiamato ad agire per individuare regole e risposte valide e a vantaggio della comunità, non si chiede l’urlo di Tarzan. Né si chiede che sia il primo in assoluto a cinguettare, perché non stiamo in un gioco a quiz televisivo; né la velocità, tutto sommato, sembra pagare. Capisco i sondaggi, ma anche quelli parrebbero volatili…  
 
E mi chiedo: se chi ci governa ha paura di ritardare di qualche ora l’esposizione del proprio pensiero (non si può non dire, e subito), quanta fiducia può avere nel suo proprio progetto politico e nella sua validità sul lungo periodo?
 
Antonella Bellino
 
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