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L'Italia e le donne migranti

di Maria José Mendes Évora



In Italia l’immigrazione femminile rappresenta circa la metà della popolazione immigrata e i primi flussi risalgono ai primi anni Sessanta del secolo scorso. In quel periodo i flussi migratori provenivano da territori interessati dai rapporti coloniali con l’Italia, ovvero dall’Etiopia, Eritrea e Somalia e/o per ragione religiosa, come è il caso delle donne arrivate da Capo Verde, seguite dalle Filippine e dalle donne del Sud America. Sono donne che si inseriscono nel lavoro presso le famiglie, a tempo pieno e per un periodo non definito. 



Il mio intervento si suddivide in quattro fasi: 
 
La Prima Fase 
È la fase tipica degli anni ‘60/’70 che come già dicevo, i primi flussi ebbero inizio negli anni ’60. Sono le collaboratrici familiari, a mio avviso, i “soggetti” invisibili per lungo tempo. Invisibili, perché si vedevano per strada, soltanto di giovedì e domenica, invisibili perché stavano all’interno di un mercato del lavoro, particolare, prive di una garanzia rispetto al proprio contratto di lavoro; invisibili perché gli studiosi e i mezzi di comunicazione non le notavano e dunque, erano fuori dalla scena pubblica. Ciò che accomuna le migranti degli anni ‘60/’70 sono i seguenti punti:  
 
Sono donne arrivate da sole; vivono in coabitazione con i propri datori di lavoro; godono di un tempo libero ridotto; possiedono un grado di alfabetizzazione medio – basso (in particolare le donne provenienti dai suddetti paesi africani), uno dei motivi che, a mio avviso, le porta a dimostrare meno interesse rispetto alle novità del Sistema Paese, ovvero sono donne con minori aspirazioni. Circa la metà di questa collettività soggiorna/risiede nella capitale italiana, ovvero a Roma. 
 
Non vi è dubbio che vivere presso le famiglie, non consentiva alle donne migranti grandi margini rispetto alla programmazione di ulteriori attività, anche in nome della garanzia di una certa stabilità economica. Sono convinta che a fronte della garanzia di una stabilità economica è venuta meno la possibilità di interagire con la Società di accoglimento, al contempo, posso affermare che dette condizioni hanno suscitato ad una parte delle medesime popolazioni, la volontà ad uscire dall'ombra. Esempio delle donne capoverdiane che hanno scelto di utilizzare il proprio tempo libero, andando a “Scuola Portoghese a Roma”! 
 
In tale caso, posso dirvi che non si è trattato di una semplice frequenza scolastica, bensì, l’inizio di una carriera formativa di alto livello, per un cospicuo numero di donne. Ho voluto riportare questo esempio, perché, sono certa che questo percorso abbia offerto alla migrante capoverdiana di entrare in possesso di una maggiore consapevolezza riguardo il Sistema Paese. Parafrasando, direi: portandola ad acquisire una maggiore conscientizzazione, riguardo a ciò che la circondava.  
 
Seconda Fase 
Si tratta della fase in cui, l’immigrazione femminile in Italia raggiunge la massima visibilità e sono gli anni 80/’90. In particolare, la decade Novanta rappresenta gli anni delle due Leggi sull’immigrazione, ovvero La Legge Martelli (39/90) e la Legge Turco/Napolitano (40/98), così come l’accordo di Dublino; sono gli anni degli arrivi delle donne provenienti dall’Est Europa; è il periodo del riconoscimento del ricongiungimento familiare che vede le migranti protagoniste delle catene migratorie; sono loro a farsi ricongiungere dai familiari maschi, realtà del tutto specifica per l’Italia, visto che in precedenti realtà migratorie, sono stati gli uomini a chiedere di potersi ricongiungere con le donne della propria famiglia.  
 
Soprattutto a Roma, quelli sono gli anni delle costituzioni delle prime associazioni, rappresentate dalle migranti e devo dire con una forte connotazione rispetto alla “difesa” dei propri diritti. Naturalmente, senza by passare il dovuto richiamo alle proprie collettività rispetto ai doveri verso il Paese di arrivo. Questo ha fatto sì che le migranti diventino interpreti e rappresentanti delle proprie comunità, laddove c’è stato il riconoscimento del ruolo dell’associazionismo migratorio. La nascita delle associazioni femminili migranti ha permesso l’avvio di un dialogo fra le loro comunità e le istituzioni italiane, nonostante il loro essere prive di finanziamenti, prive di uno spazio fisico, in quanto basi per il degno funzionamento. Tuttavia, si tratta di organizzazioni che hanno offerto e continuano ad offrire i supporti necessari alla collettività migrante, sostituendo, in qualche modo, lo Stato (esempi: accompagnamento nella ricerca di un lavoro, richiesta della propria pensione, etc., etc.). 
 
Non c’è dubbio che tutto ciò, ha comportato grandi mutamenti all’interno della immigrazione italiana. I nuovi flussi migratori non solo hanno contribuito alla progressiva femminilizzazione, dando origine alla ristrutturazione dei territori, chiamati a doversi confrontare, a loro volta, con i nuovi cittadini, nonché portandoli a scontrarsi con una popolazione migrante superiore ed eterogenea.  
 
Ritornando alla città di Roma, aggiungo che anche le donne degli anni ’90, trovano una collocazione lavorativa presso le famiglie. Loro avviano un percorso nuovo, ovvero si prendono cura delle persone non autonome, portandole ad essere conosciute con la qualifica di badanti. A differenza delle prime donne arrivate in Italia, queste donne arrivarono con un livello di alfabetizzazione medio alto e va detto che molte di loro erano già impegnate, professionalmente, prima di emigrare. 
 
Concludo questa parte, affermando che l’inizio della decade Novanta è anche la fase che segna l’assassinio di Jerry Maslow, il giovane sudafricano che scappa dal pericolo dell’apartheid (nella sua Terra di origine) per poi trovare la morte a Villa Literno - Caserta, per motivo di razzismo. 
 
Terza Fase 
L’ho voluta riservare alle donne delle “Seconde Generazioni”. Esse sono giovani donne, definite a mio avviso in modo ingiusto e direi contraddittorio, come immigrate di Seconda Generazione. Ai miei occhi, ciò appare una qualifica non sensata (anche se possibile dal punto di vista giuridico), in quanto a rigore la qualifica di migrante compete solamente a chi ha compiuto l'esperienza della emigrazione/ immigrazione. Persistere sull'espressione “seconde generazioni”, secondo me, trova una maggiore chiarezza, quando saranno loro a parlare di loro stessi. 
 
La cosiddetta integrazione della Seconda Generazione rappresenta la grande sfida nella trasformazione della Società italiana. A differenza della prima generazione di cui, solitamente si prospetta il rientro nei paesi di origine, sono convinta che le Seconde generazioni, potranno scegliere strade e vie diverse. Mi viene da dire: la loro permanenza è a tempo indefinito e la Società dovrà affrontare i cambiamenti, imposti da loro non attraverso schemi vecchi, bensì, con la costruzione di nuovi modelli. Modelli questi che richiedono il loro coinvolgimento in todo. Coinvolgerli, vuole dire, trovare soluzioni con loro rispetto allo Ius Soli, al loro inserimento nel mondo del lavoro, ovverossia alla loro inclusione nella propria Terra di nascita.   
 
Quarta ed ultima, Fase: ovvero il Terzo Millennio 
È la fase che segna l’arrivo massiccio di molte Donne richiedenti Asilo e Rifugiate, è il millennio della Legge Bossi - Fini (189/2002) ma, essa è anche la fase del capitolo 13 del Contratto di Governo Lega/M5S rispetto al tema della immigrazione. Scelgo di concludere il mio pensiero, evidenziando alcuni punti di questo capitolo, partendo dal titolo, ovvero: “rimpatri e stop al business”. A questo titolo, aggiungo le righe del capitolo 18 del medesimo documento che riserva ai figli della famiglia italiana, la possibilità di usufruire dai benefit, esempio l’asilo pubblico, mentre, noto che vi sia la negazione  del diritto ai bambini figli delle donne migranti.  
 
Molte decisioni riguardo la vita della/del migrante, sembra che saranno rinviate agli apparati securitari, ma voglio ricordare ai legislatori di non farsi sfuggire il fatto che dietro ogni decisione, c’è la Persona. L’elemento - Sicurezza, al mio vedere, non può essere un elemento circoscritto per alcuni, ad esclusione di altri, anzi, io sono certa che si tratta di un fattore auspicabile/auspicato, da parte di ogni individuo che gode del buon senso.  
 
Molta enfasi viene data alle aperture delle sedi di permanenze, da posizionare in tutte le regioni, ma, è necessario tenere conto di molteplici fattori che circondano la vita della (del) migrante: esempio la mancanza del lavoro rappresenta motivo principale per la perdita del permesso di soggiorno, ovvero il taglio al diritto di permanenza sul territorio. E qui, domando, quanti futuri irregolari, saranno rinchiusi e poi spediti a casa propria, a fronte di un mercato del lavoro in crisi? Aggiungo: non è il caso di porre maggiore attenzione al miglioramento del mercato, onde consentire anche alla (al) migrante di potersi reimpiegare, anziché riproporre dei modelli drastici?  
 
Sono convinta che la perdita di una occupazione, non può essere il motivo tout court per rinchiudere il lavoratore nelle suddette sedi; non può essere considerata il sinonimo di una fobia già esistente sulla clandestinità, così come trovo insensato, dover considerare chiunque varca la soglia del Paese come un potenziale delinquente . Voglio ricordare anche a me che la maggioranza delle persone che fugge dalle persecuzioni, guerre, conflitti vari, catastrofi naturali, precarietà economiche, non lo fa per il gusto del fare, lo fa per necessità. Quindi, giusto è la protezione della persona e non la repulsione. Punto! 
 
Anche l’aspetto religioso viene messo in discussione, in quel documento, ma, trovo che continuare a vedere l’Islam come nemico da combattere, non solo, non è giusto, ma, nemmeno può essere un pensiero degno di una Società Civile. Pericoloso è, invece, il voler concepire una religione come bersaglio da colpire e, qui, dico, chi sbaglia, non lo fa, perché, appartiene ad una religione, sbaglia, perché, è un individuo di mal costume e, in quanto persona di mal costume va punita. Aggiungo: le normative italiane sono composte dagli strumenti, capaci di rispondere alle attitudini non corrispondenti alla Costituzione e alle leggi italiane; andare ad escogitare altre, non solo è eccessivo, ma, può essere anche controproducente. 
 
Vado a chiudere, unendo i suddetti pensieri, alla parola accoglienza, riportata anche essa sul contratto di governo Lega/M5S, dove percepisco un certo rischio. L’impostazione data, pone, a mio avviso, alcune condizioni per le quali, vi sia chiara tendenza a legare l’accoglienza all’idea del malaffare. Naturalmente, ciò rappresenta un grande pericolo per la vita delle persone migranti prive di un sostegno economico (es. le richiedenti asilo). Termino dicendo: la migrante non può e né deve essere qualcosa da sbaragliare, non può essere vista come colei (o colui), la quale nutrita da una dose di fantasia, decise un bel giorno, di abbandonare la propria Terra.  
 
Grazie mille! 
Maria José Mendes Évora
 
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