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Un nuovo che sa di vecchio



di: Chiara Saraceno



Un welfare squilibrato a favore delle pensioni, con una forte prevalenza dei trasferimenti monetari anziché dei servizi, frammentato in mille rivoli anziché ristrutturato in modo organico, dove si aggiungono nuove misure senza interrogarsi su come si integrino, o sostituiscano, a quelle esistenti, che per altro in alcuni casi sembrano sconosciute. Il modello di welfare del nuovo governo che emerge dalla lettura del contratto giallo-verde mostra sorprendenti continuità con le criticità storiche del sistema di welfare italiano: poco universalista, parcellizzato, sfavorevole ai più giovani, alle famiglie con figli, alle donne con carichi famigliari, incapace di contrastare le disuguaglianze, che anzi rischia di rafforzare. La flat tax, oltre a sottrarre risorse per qualsiasi cosa, si configura come una enorme redistribuzione a favore dei ricchi. La cancellazione della riforma Fornero, rafforzerà lo squilibro della spesa pubblica a favore dei pensionati e contro le generazioni più giovani e favorirà soprattutto i maschi del Nord che hanno avuto carriere lavorative e contributive regolari. Al nuovo ministero della famiglia e delle disabilità viene affidata la gestione di politiche ispirate a un modello vecchio di famiglia e di donne, cui viene affidato il compito di farsi carico del lavoro di cura, in cambio di qualche trasferimento monetario. Invece di mettere ordine nella miriade di trasferimenti monetari per i figli, ne vengono evocati altri, che si aggiungono a quelli esistenti, in linea con quanto fatto dagli ultimi governi. La questione della conciliazione lavoro famiglia viene affrontata solo sul versante dei trasferimenti monetari e non anche e soprattutto tramite un rafforzamento dei servizi, che pure darebbero un aiuto anche all’aumento della domanda di lavoro. Vale per i servizi per l’infanzia, ma anche per la non autosufficienza. Alcune proposte, poi, fanno intravvedere una vera e propria ignoranza dell’esistente. Vale per la proposta di innalzare l’indennità di maternità, che già copre almeno l’80% dello stipendio, mentre il problema vero riguarda quella per il congedo genitoriale, che copre solo il 30% dello stipendio e solo per i primi sei mesi. Invece si propone (in continuità con Fornero) di incentivare le madri a tornare presto al lavoro, rinunciando al congedo genitoriale, in contro-tendenza con quanto avviene in molti paesi europei, ove si incentivano i genitori (padri inclusi) a prendersi tempo nel primo anno di vita dei figli. Sorprendente poi è la proposta di incentivare le aziende che non licenziano le madri, come se non ci fosse una norma di legge che lo vieta.

L’unica, parziale, novità, è il reddito di cittadinanza. Parziale perché arriva dopo che finalmente anche in Italia, per merito anche dell’azione di stimolo che ha avuto questa bandiera dei M5S su governi altrimenti riluttanti, è stato introdotto un embrione di reddito minimo, il ReI. Destinato a chi si trova in povertà assoluta (non relativa, come l’ipotetico reddito di cittadinanza), al momento è gravemente sotto-finanziato, anche se dal 1 luglio entra a far parte dei livelli essenziali di assistenza. Per raggiungere tutti i poveri assoluti richiederebbe uno stanziamento annuo tra gli otto e i 10 miliardi, quindi la metà (o un terzo, a seconda delle stime) del costo stimato per il reddito di cittadinanza M5S. Nel contratto di governo giallo-verde, tuttavia, nulla si dice se e come il reddito di cittadinanza dovrebbe rapportarsi al REI. Anzi, non solo la soglia di povertà, quindi il beneficio spettante, sono difformi, lo è anche lo strumento di calcolo, ignorando che ormai da anni è in vigore l’ISEE, certo perfettibile, per valutare le risorse economiche disponibili per una famiglia: un indicatore che tiene conto sia del reddito sia della ricchezza e lo commisura all’ampiezza della famiglia. Buon senso vorrebbe che l’attuazione del reddito di cittadinanza partisse da un rafforzamento del REI, non dal suo abbandono o da una duplicazione. Ma nel contratto non se ne vede traccia. Come non vi è traccia di come il reddito di cittadinanza, che si vuole destinato prioritariamente ai disoccupati, si collegherebbe all’indennità di disoccupazione e all’assegno di ricollocazione. Anche qui il rischio è l’ulteriore frammentazione delle misure.

 
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