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Lina Fibbi, dai campi di internamento in Francia al suo ultimo impegno nel PD



Il  4 agosto del 1940 una ragazza festeggia il suo ventesimo compleanno. Lo festeggia in un campo di internamento francese, dove il governo Daladier con un decreto del 1938 aveva stabilito dovessero essere reclusi "stranieri che a causa dei loro precedenti giudiziari e di loro attività dannose per la sicurezza nazionale non possono, senza pericolo per l'ordine pubblico, godere di quella libertà troppo grande loro riconosciuta insieme alla residenza".

Rifugiati politici, prostitute, repubblicani in fuga dalla Spagna, ladri, emigrate tedesche: tutti a Rieucros, un paesino sperduto tra i boschi del sud della Francia.



La bella ragazza dagli occhi azzurri si chiama Giulietta, detta Lina, è figlia di un calzolaio di Firenze, Enrico Fibbi, emigrato in Francia per le sue idee socialiste, nome di battaglia 'tempesta'. All'arrivo nella douce France, Lina ha due mesi. La bambina  viene su bene: a 15 anni è già operaia tessile,   a 17 diventa dirigente dell'Unione delle ragazze comuniste francesi nella regione del Rodano. Ha insomma tutte le carte in regola per essere destinata al freddo, alla fame, alla sporcizia  del campo di concentramento i Rieucros, dove Teresa Noce, la rivoluzionaria professionale brutta povera e comunista, una forza della natura, infonde a tutte voglia di fare e di lottare. Teresa, accoglie Lina  -  con grande affetto. Non solo perchè è figlia di 'Tempesta' ,   emigrato a Lione   con il quale aveva lavorato anni prima per preparare i 'legali' per l'Italia, ma perché riconosce in lei il suo stesso vigore, la sua vitalità. Giulietta non parla che francese, il suo italiano è approssimativo. Teresa Noce  le insegna la politica e le corregge l'italiano, che tuttavia  resterà  marcato da una inconfondibile erre moscia.

Nel campo di concentamento Teresa Noce organizza una scuola di formazione . 'Esistevano pochissimi libri  e nessuna opera politica. Neppure le compagne francesi ne possedevano”. Riescono comunque a trovare una grammatica francese e una copia del Petit larousse illustré, adottato in tutte le scuole. A Lina che doveva imparare l'italiano viene affidato il compito di insegnare il francese. Durante le lezioni una compagna faceva la guardia, appena vedeva gironzolare qualcuno, dava un segnale e le donne si mettevano a cantare.  Cantano  “ Addio lugano bella” “L'inno dei pezzenti”, ossia tutta roba  da  meritare il carcere duro. Lina che aveva una voce molto bella, canta canzoni francesi. Quando viene organizzato uno sciopero della fame all'interno del campo, Teresa Noce nasconde zucchero e cioccolata nel pagliericcio di Lina, la più giorvane  che ha sempre fame.  

Su consiglio della Noce e decisione del  Partito, Lina chiede di poter essere rimpatriata.

“Stabilito  che Giulieta doveva cercare di mantenere i contatti con noi... cominciai col cambiarle nome in Lina, già adottato da me alla scuola leninista . Insegnai alcuni stratagemmi della vita illegale, raccomandando  loro in particolare  di diffidare delle portinaie, verso la quale la polizia fascista esercitava oculata sorveglianza  forti pressioni onde spiassero i propri inquilini”. 

Come benvenuto in Italia, alla Fibbi vengono comminati sei mesi di carcere e, in assenza di prove a suo carico, due anni di ammonizione e sorveglianza speciale. Alla caduta del fascismo, arriva  a Milano  chiamata ad operare nel servizio clandestino della Direzione interna del Pci. Da domicilio coatto a nessun domicilio, sempre in giro, ad organizzare i Gruppi di difesa della donna – da lei fondati inssieme a Rina Picolato -  ad assicurare i collegamenti, a svolgere delicate missioni per conto del Comando delle brigate Garibaldi. Pedinata dalla polizia fascista , a Milano, la  giovane bionda  combattente entra improvvisamente nel portone di un palazzo e sussurra all'interdetto portiere “ora io vi  bacerò e voi risponderete come foste il mio fidanzato”. 

Diretta a Genova per una riunione clandestina, su un treno affollato, Lina occupa un posto a sedere tenuto da un cappello. Arriva un bell'uomo biondo sui quarant'anni. È il proprietario del cappello e senza tante storie si riappropria del posto. Lei scende a Genova; anche lui. Lei prende una strada e anche lui. Temendo di essere pedinata, Lina sovverte l'ordine del percorso, sposta ora e luogo dell' appuntamento politico. Anche lui. Così finiscono per ritrovarsi alla stessa riunione.

Si tratta infatti di Raffaele Pieragostini, un operaio di Sampierdarena, ancora oggi un mito, costretto a emigrare in vari paesi, condannato dal Tribunale speciale a 18 anni di reclusione, non scontati a causa del sopravvenuto arresto di Mussolini. Pieragostini sta rientrando a Genova per riorganizzare la federazione comunista genovese e le prime formazioni partigiane liguri. Nonostante la clandestinità e la differenza di età, Raffaele e Lina riescono ad amarsi. Lina aspetta un bambino.  “

Sii forte e coraggiosa. Abbi cura del nostro prossimo figlio e se io non potrò vederlo né conoscerlo, sappi che già ora lo amo tanto. Il dolore di non poterlo un giorno stringere nelle mie mani è grande, ma non dispero del tutto. Comunque educalo alla scuola di suo padre e alla tua e chiamalo Gianni ".

Mentre Raffaele scrive questo biglietto, Lina col suo pancione è in viaggio per Milano insieme a Gilio Pontecorvo. A questa strana impprobabie coppia di gente normale , Luigi Longo ha affidato il compito di consegnare le direttive per l'insurrezione nazionale e di mangiare i fogli di carta , se fermati. Il 25 aprile 1945, Lina si trova dunque a Milano, a Piazzale Loreto e lì in quella piazza apprende da Rina Picolato che Raffaele (poi medaglia d'oro al valor militare), prelevato due giorni prima dal carcere di Marassi e caricato su un autocolonna diretta in Germania, è stato passato per le armi. Lina ha, ed ha sempre coltivato, l'eleganza del dolore pudico e questa è una storia non me l'ha raccontata lei, ma un partigiano ligure.

A lei,insieme alla Picolato e alla Mattei si deve l'adozione della mimosa come fiore simbolo del'8 marzo,un fiore semplice e profumato, poco costoso. Subentra a Nadia Spano,  responsabile femminile nazionale dal 1944, eletta alla Costituente.  E' Togliatti  a volere che Lina diventi Responsabile femminile del Pci, per il lavoro svolto tra le operaie tessili.

La sua relazione alla seconda conferenza delle donne comuniste  ( 20-23 ottobre 1955), quando il numero delle iscritte al partito  si era quintuplicato arrivando a 675 mila, Lina dispiega la lezione togliattiana, da lei profondamente assimilata: “il partito  è un'organizzazione politica la quale non è e non può essere fine a se stessa; il Partito è uno strumento che noi costituiamo per impiegarlo a favore delle masse lavoratrici, a favore del popolo, a favore dell'Italia”. L'altra grande lezione è che si deve lottare per tutte le donne, non per le donne di una sola classe , e che  “ le donne italIane divetino una grande forza di pace, di rinnovamento sociale e politico”. Un obiettivo che può essere  raggiunto con il lavoro comune innanzitutto delle socialiste, ma anche delle democristiane alle quali ricorda che  mentre si incoraggia la partecipazione delle donne alla vita politica,  non si può conservare  un tipo di  società che persiste nel mantenere l'inferiorità della donna.

Nel 1955 su proposta di Teresa Noce , Lina diventa segretaria del sindacato dei tessili, le cui maestranze sono la maggior parte donne e grazie all'interlocuzione  con le operaie , le donne italiane conquisteranno in quegli anni diritti sociali fondamentali.

Poi un giorno del 1963 Luigi Longo comunica, ad una Lina stupita e riottosa, : "Voi sarete candidata e verrete eletta alla Camera dei Deputatti" e così fu fino al 1972.  Lina continua a occuparsi delle operaie anche quando dismette il suo ruolo di Segretaria, e a girare come una trottola  per l'Europa, occupandosi di italiani all'estero, dei problemi dell'emigrazione. Le sue caratteristiche principali sono sempre state la passione e il coraggio, il saper buttare il cuore oltre l'ostacolo. Entrata nella Commissione centrale di Controllo,  porta un'aria nuova nel luogo dove veniva soppesato anche il profilo caratteriale di compagni e compagne dirigenti. Quelli che avanzavano nella carriera, talvolta venivano da lei 'convocati' e, socchiudendo i suoi occhi azzurro intenso, chiedeva  loro il curriculum, li sottoponeva a poche ma significative domande.

Lei, nata comunista, memore della lezione togliattiana di partito come strumento e non come fine, ha salutato la svolta del 1989 con l'intelligenza della politica, chiedeva che ci si misurasse nella sfida di costruire il nuovo partito nell'interesse del Paese con il cuore e la mente proiettati in avanti, entrambi, non solo la mente o solo i cuore. Vicepresidente della Commissione di Garanzia, fino al 1996 ha lavorato da garantista e migliorista  a costruire nel partito una cultura delle regole. Impresa non semplice  e non illuminata da fari, anzi piuttosto nell'ombra. Una donna passionale, ma riservata nei suoi sentimenti. Si divertiva talvolta a scandalizzare dicendo verità che nessuno osava  pronunciare. Aveva una stanzetta al terzo piano di Botteghe oscure, dalla quale scendeva con passo sicuro al secondo , il piano riservato al Segretario , spalancava la porta,  ignorando lo sguardo perplesso e preoccupato della vigilanza, e dalla soglia diceva quel che aveva da dire, sicuramente una critica.

Tutte le mattine, appena arrivata in ufficio, liberatasi del  cappotto, telefonava alle sezione femminile ( che era distante dalla sua stanza) e stigmatizzava una dichiarazione, un contegno, un articolo delle donne. Poi , ascoltava i passi dal piano di sopra  (la mia stanzetta era sopra la sua) mi convocava, scendevo, aveva sempre un po' di cioccolata,  e ci facevano sonore risate. Talvolta telefonava a Gillo Pontecorvo  oppure a Paolo Meli che aveva visto nascere per informarsi su come veniva vissuto il partito nei rispettivi ambienti, Lina era una donna elegante, temeva soprattutto il ridicolo.

Un giorno del 1996 spalancò la porta della stanza di D'Alema, Segretario,  e annunciò d'essere diventata vecchia e di non voler essere ricanditata  nella commissione dei Garanti. Naturalmente fu subito accontentata, anche se non era poi così vecchia. Le piaceva andare nelle scuole, parlare ai giovani, parlare di democrazia. Con spirito di ricerca ha aderito al Pd, di cui ha chiesto e ottenuto da Renzi la tessera ancora qualche mese prima di lasciarci il 21 gennaio 2018.

Graziella Falconi   

 
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