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Lungo e difficile il cammino delle donne italiane verso la parità



Insomma da qualunque osservatorio si analizzi la parità di genere è crescita, sviluppo, democrazia sostanziale, evoluzione e rispetto tra i sessi. Il nuovo parlamento ed il nuovo governo hanno molto da lavorare. Dall’applicazione con risorse congrue del piano antiviolenza al riconoscimento pieno della parità salariale in ogni campo, ad una robusta politica di welfare per la famiglia, dall’infanzia alla non autosufficienza, dalla salute di genere all’università e alla ricerca, c’è ancora molta strada da fare ed in fretta per le nostre figlie e le nostre nipoti.



Il 18 aprile 1948 si tennero le prime elezioni politiche dell'Italia repubblicana. In quella I legislatura poche furono le donne elette: 49 in tutto, il 5 per cento.

Hanno dovuto trascorrere quasi altri 30 anni (e altre sette legislature) perché nel 1976 fosse superata la soglia di 50 elette, e altri 30 anni per avere, nel 2006, più di 150 donne in Parlamento.

E’ interessante a tal proposito vedere uno studio compiuto dal Senato della Repubblica ricco di grafici ed istogrammi per comprendere quanto lungo e difficile sia stato il cammino delle donne nelle istituzioni del nostro paese.

Nella XVII legislatura,appena conclusasi,  per la prima volta, la compagine femminile alla Camera e al Senato aveva raggiunto il 30,1 per cento.

Alle elezioni del 4 marzo 2018 erano in lista 4.327 donne su 9.529 candidati, quasi la metà, e i primi dati segnalano un numero di elette un po’ in diminuzione rispetto a quello della XVII legislatura. 185 deputate su 630 e 86 senatrici su 315. Sono questi i numeri delle donne elette nell’ultima tornata elettorale del 4 marzo 2018.

C'è ancora molta strada da fare per avere un Parlamento bilanciato tra uomini e donne.

Le donne nel nuovo Parlamento dovrebbero essere 271: 185 alla Camera e 86 al Senato – meno di un terzo del totale dei parlamentari.

E ciò malgrado il Rosatellum abbia introdotto una norma sull'equilibrio di genere.

Per il momento, il dato della presenza femminile in Parlamento appare in linea con la legislatura precedente (addirittura identico a Palazzo Madama), con una leggera flessione a Montecitorio, dove nel 2013 le elette furono 198.

Nella precedente legislatura le donne elette alla Camera furono 198 e sempre 86 al Senato.

Nella storia della Repubblica italiana le donne parlamentari sono sempre state una minoranza.

Il trend è in crescita ma il gap è ancora molto alto, se si considera che in questa ultima tornata elettorale la quota di donne è di un terzo sul totale dei parlamentari:

Nella nuova legislatura il partito con cui sono state elette più donne è il Movimento Cinque Stelle con 42 donne su 112 eletti al Senato.

Dei senatori eletti con il centro destra, solo 30 su 137 sono donne e 13 su 59 nel centro-sinistra. Liberi e Uguali elegge una sola senatrice donna.

Per quanto riguarda la Camera dei deputati, ci sono 82 donne sui 222 eletti con il Movimento Cinque Stelle.

Le deputate elette con il centrodestra sono 67 su 260, mentre il Pd ha eletto 32 donne su 115. Liberi e Uguali, che conta per il momento 4 donne su 14 deputati eletti.

I dati non sono ancora del tutto definitivi. Si attendono i dati ufficiali del ministero dell’Interno ma non dovrebbero discostarsi di molto da quelli descritti.

Il cammino verso la parità in questi settant'anni è stato lungo e difficile: su oltre 1500 incarichi di ministro le donne finora ne hanno ricoperti 78. Non ci sono state donne alla presidenza del Consiglio o del Senato, mentre le presidenze femminili nelle commissioni parlamentari parlamenti sono state solo 23.

Del resto a guardare tutti i più recenti studi ed analisi nel nostro paese il gender gap si rivela in tutti gli ambiti.

La Ragioneria Generale dello Stato del nostro paese ha pubblicato recentemente i dati del “Conto annuale 2016”, riguardante il personale dipendente della Pubblica Amministrazione.

Dai dati si evince come il numero delle donne impiegate nella PA -Ministeri ed Enti locali – sia cresciuto notevolmente. In percentuale, il numero ammonta al 56,6% del totale.

Su 3,2 milioni di impiegati, dunque, 1,8 milioni sono donne.

La Scuola costituisce l’impiego per eccellenza con il 79% di impiegate, seguono:

            Sanità con il 66%;

            Presidenza del Consiglio dei Ministri con il 51%;

            Authority con il 54% ;

            Carriere dirigenziali penitenziarie con il 69% ;

            Carriere dirigenziali  prefettizie con il 58%.

 

IL 56,2% DI CHI LAVORA PER LO STATO È DONNA, POCHE, PERÒ, FANNO CARRIERA.

Le donne sono maggioranza assoluta tra i dipendenti della pubblica amministrazione, ma non riescono a sfondare quando si tratta di far carriera.

Il 56,2% delle persone che lavorano per lo Stato è di sesso femminile, ma la maggioranza conquistata viene ribaltata quando si analizzano le posizioni apicali.

I dati mostrano quanti sono i dirigenti donna in diversi settori pubblici.

La scuola è l’unico terreno dove le donne esercitano un inequivocabile dominio: il 66% dei top dirigenti della scuola è donna. In tutti gli altri campi fanno fatica.

Le donne in posizioni apicali sono il 42,4% tra i prefetti, il 34,3% nei ministeri, il 22% nella sanità, il 20% nell’università e appena il 13,2% in polizia.

Poche donne con responsabilità.

Quote ancora più risicate quando si tratta di organi ai quali è affidata la titolarità della legale rappresentanza di un’istituzione. La presenza femminile è particolarmente ridotta a vedere i dati disponibili: 14,4% nel 2016.

Il valore più basso si ritrova nelle Università (7,2% di vertici femminili) e il più alto negli Organi costituzionali, con il 21,2% di donne al top sul totale dei dirigenti.

La regione che registra il valore più basso è la Sicilia (7,2%), al suo opposto c’è l’Emilia-Romagna che vede il 21,2% di dirigenti femminili.

Ma al di là del pubblico, come va per le donne nel privato?

Nel giugno del 2017, spiega l’Istat, nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa è presente una donna ogni due membri uomini – anche per effetto di una precisa legge al riguardo.

Come mostrano i dati  l’aumento di questo indicatore è stato continuo nel tempo, dal 7,4% del 2011, anno di introduzione delle prime norme, al 33,6% di oggi.

Diverso, invece, l’andamento della percentuale di donne in alcuni organi decisionali, come Autorità della privacy, Agcom, Autorità della concorrenza e del mercato, Corte Costituzionale, Consiglio Superiore Magistratura, Ambasciatori, Consob.

Nel 2017 tale quota raggiunge soltanto il 16,4% con valori altalenanti nel corso degli anni. Un’eccezione, scrive l’Istat, è costituita dall’autorità del Garante per la protezione dei dati personali che ormai da vari anni conta un presidente uomo e tre donne nel collegio.

Eppure se si superasse il gender gap staremmo tutti molto meglio.

A dirlo è, l’Unione Europea in occasione della stesura del suo “Gender Action Plan 2017-2020” (o “GAP II”).

Alcuni dati dimostrano quanto ci costa a livello mondiale il gender gap, la disparità di genere che impedisce a donne e uomini di avere le stesse opportunità professionali.

La parità di genere non è solo una questione di giustizia sociale ma è una grande questione di crescita e di sviluppo,

impatta positivamente sull’economia, insomma L’UGUAGLIANZA CONVIENE.

“Se è senza donne non è sviluppo”. Lo ha detto Neven Mimica, commissario Ue per la Cooperazione e lo sviluppo internazionale, durante il vertice Ue-Celac (i Paesi di America Latina e Caraibi) che si è svolto nella capitale belga il giorno prima dell’8 marzo, la giornata internazionale della donna. Al centro dell’incontro l’uguaglianza di genere e l’emancipazione economica delle donne.

I dati tengono conto delle analisi internazionali svolte dal McKinsey Global Institute, una delle più importanti società internazionali di consulenza manageriale.

Esaminando 15 indicatori della parità di genere in 95 Paesi, l’istituto ha calcolato che riducendo il gender gap sul luogo di lavoro, da qui al 2025 si potrà raddoppiare il contributo delle donne al Pil mondiale. Ovvero, se non si farà nulla per incoraggiare la parità di genere, nel 2025 le donne contribuiranno al Pil mondiale con soli 39mila miliardi di dollari.

Se invece il gender gap diminuirà, questo contributo potrebbe salire fino a 67mila miliardi di dollari.

Ora, sommando il Pil generato dalle donne a quello generato dagli uomini, e comparando le due ipotesi, è evidente che azzerando il gender gap si ha una crescita del Pil mondiale del 26%, pari a 28mila miliardi di dollari. I dati si riferiscono dal 2017al 2025.

E poi c’è un dato che interessa chi vive in aree del mondo meno fortunate: secondo uno studio dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), se le donne avessero le stesse opportunità di accesso alle risorse produttive degli uomini, la produttività delle fattorie e delle imprese agricole da loro gestite aumenterebbe del 20-30% e questo aiuterebbe a fare uscire dall’incubo della fame circa 100-150milioni di persone.

Praticamente tra il 13% e il 19% dei 795 milioni di uomini, donne e bambini che secondo il Wfp (World Food Programme) soffrono la fame nel mondo.

Per loro sì, che un futuro più rosa sarebbe anche più roseo.

Insomma da qualunque osservatorio si analizzi la parità di genere è crescita, sviluppo, democrazia sostanziale, evoluzione e rispetto tra i sessi. Il nuovo parlamento ed il nuovo governo hanno molto da lavorare. Dall’applicazione con risorse congrue del piano antiviolenza al riconoscimento pieno della parità salariale in ogni campo, ad una robusta politica di welfare per la famiglia, dall’infanzia alla non autosufficienza, dalla salute di genere all’università e alla ricerca, c’è ancora molta strada da fare ed in fretta per le nostre figlie e le nostre nipoti.

Noi, al di là della secca sconfitta subita, non ci scoraggiamo e come sempre saremo attente custodi e guardiane dei nostri diritti, pronte a nuove battaglie per affermare la parità delle donne per oggi e per il futuro.

Grazia Labate

Ricercatrice in economia sanitaria già sottosegretaria alla sanità

 
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