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Tina Anselmi. Partigiana della democrazia

di Rosy Bindi



Dico subito che, per motivi anagrafici, non sono stata una compagna di viaggio di Tina Anselmi. Ma, per motivi culturali e politici, ho sempre cercato di fare tesoro della sua testimonianza, del suo insegnamento, della sua vita. E questo è un lavoro che non finisce mai.



Trovo che il titolo dato a questa giornata sia particolarmente appropriato e affascinante perché Tina Anselmi è stata davvero una “partigiana della democrazia”, cioè di parte , come è giusto che sia nei confronti della democrazia in determinati periodi storici, forse sempre. Provo allora a rileggere la vita di Tina Anselmi con la prospettiva che ci offre questo titolo, facendolo scorrere attraverso le tappe della democrazia italiana e cogliendo il suo prezioso contributo. Non per celebrarla, che certo non vorrebbe, ma per capire il suo insegnamento, per essere anche noi, oggi, “partigiani della democrazia”.

Condivido con voi il percorso che ho provato a fare.

Se pensiamo a tutta la sua vita, a tutte le sue battaglie, cogliamo che è stata veramente per tutta la vita “partigiana della democrazia”. E lo è stata con tre caratteristiche che mi sono sembrate molto nette e che fanno di lei “una donna giusta”, come l'ha definita il vescovo di Treviso ai suoi funerali.

È stata “partigiana della democrazia” con grande coraggio, grande coerenza e grande prudenza. Credo che questi tre aspetti ci aiutino a rileggere il forte contributo che ci ha lasciato.

Non mi soffermerò sulla staffetta partigiana, che è forse la parte più conosciuta e più indagata, molto bella anche nel libro di Anna Vinci. Non mi soffermerò, ma non posso non sottolinearne un aspetto. Tina Anselmi che comincia ad essere “partigiana della democrazia” da messaggera, con il nome di Gabriella, ci ricorda una cosa mai sufficientemente ripetuta, soprattutto in questo tempo: la nostra democrazia è nata combattendo il fascismo e si basa sul valore dell'antifascismo. Non è un dato acquisito una volta per tutte e non lo è soprattutto in tempi nei quali non ci si vergogna più di essere fascisti. Siamo tornati a considerarlo possibile. Penso che ci sia sempre stata della nostalgia in alcune persone, ma se ne vergognavano, oggi la ostentano. Non possiamo far finta di nulla, perché ricordare Tina Anselmi significa ricordare insieme a lei i tanti diciassettenni, sedicenni, ventenni, uomini e donne che ci hanno dato la democrazia perché hanno combattuto il fascismo e il nazismo. La nostra democrazia si qualifica così. Non è un qualcosa di più.

Che bisogno c'è di dirlo tutte le volte? Sì, ce n'è bisogno perché la democrazia italiana è nata nella grande capacità del popolo italiano di ribellarsi al fascismo e al nazismo. E' un fatto che non va mai dimenticato. E c'è tanto coraggio in quella giovanissima Gabriella, lo si vede in maniera chiara, netta nel ripercorrere la storia di quegli anni; c'è una grande coerenza con i valori del Vangelo, della sua appartenenza all'Azione cattolica, della sua famiglia, una famiglia del Veneto cattolica con un padre socialista. Non avrebbe avuto quella reazione davanti ai giovani impiccati a Bassano se non avesse avuto quella formazione già da giovanissima e, non a caso io credo, nel libro che ha scritto con Anna Vinci ricorda quel Sartor che portava i libri di Maritain nello zaino passando i posti di blocco, dove i fascisti non lo fermavano perché non li capivano.

Però Gabriella era prudente. Per esempio, ricordo quel capitolo in cui descrive un momento di grande confusione in cui il capo partigiano si raccomandava di evitare di uccidere. Non solo perché non uccidere è un comandamento, ma perché farlo avrebbe provocato rappresaglie… e noi sappiamo quanta imprudenza nella lotta partigiana in alcune circostanze è stata anche all'origine di rappresaglie da parte dei tedeschi, mai giustificabili ovviamente, ma di fatto avvenute. Quindi invitare dei giovani a non compiere atti guidati dall'improvvisazione, era un valore con il quale è stata combattuta quella resistenza da parte di Tina Anselmi. E quando lei dice “ringrazio di non essermi mai trovata a dover uccidere”, il pensiero va a Dossetti che non voleva fare il prete perché durante la Resistenza temeva di aver dovuto uccidere.

Il modo con il quale Tina Anselmi è stata nella Resistenza non è un modo qualunque e io credo che anche questo sia da sottolineare, perché si è veri “partigiani della democrazia” praticando i valori che lei ha praticato.

 

Non è una democrazia qualunque quella per la quale Tina Anselmi è stata partigiana, con la sua vita. La nostra è una democrazia fondata sulla partecipazione, sulle formazioni sociali. Non si può pensare a Tina Anselmi come politica, come ministro, come parlamentare, prescindendo dalla sua convinta appartenenza al sindacato prima e al partito della Democrazia Cristiana dopo. Un'appartenenza che le è stata sempre propria: dalla militanza di base, alla prima partecipazione ai momenti nazionali, al mandato parlamentare, a quello di ministro, con quella pazienza che qui ci ha ricordato Rosa Russo Jervolino. Non è pensabile la partigianeria di Tina Anselmi per la democrazia a prescindere dalle scelte che ha fatto e che le sono costate, perché nella vita di partito lei era un punto di riferimento vero. Lo era per chi l'amava e lo era per chi l'amava meno. Ha vissuto in pienezza il suo compito, mai rinunciandoci, sapendo che questo era il modo con il quale si costruiva la democrazia che è nella nostra Carta costituzionale.

A questo proposito penso al discorso del presidente Mattarella in occasione degli auguri di Natale, quando ci ha parlato della Repubblica come un'armonia di poteri, di formazioni sociali che partecipano insieme anche nella fatica di prendere le decisioni, anche nella complessità dei meccanismi che questo comporta, anche con quei lunghi itinerari di formazione, anche in quella capacità di relazione tra le generazioni che va sempre costruita.

L'amore di Tina Anselmi per i giovani era unito a una grande capacità di confronto con tutte le componenti del partito. E anche nella vita della Democrazia Cristiana è stata sempre una persona di grande unità, mai partigiana in questo senso, ma con una forte appartenenza a una componente della Democrazia Cristiana: la sua vicinanza a Moro era il modo con il quale partecipava alla vita di partito. E questa pluralità era una qualità della DC. Penso che non ci sarei mai entrata se non ci fossero state diverse componenti, se avessi dovuto scegliere la DC a prescindere da alcune persone. Perché, almeno per alcuni di noi, si poteva stare dentro la DC proprio perché c'erano certe correnti e certe sintesi culturali. Non a caso Tina Anselmi era un punto di riferimento forte del mondo cattolico, insieme a pochi in quel momento. Tutto questo guidato da una concezione straordinaria della politica che illustra nel libro quando parla della sua tesi sul Giorgione. Consentitemi di leggervela:
«L’arte rimane tutt’ora un mio interesse, ma continuo a pensare che nulla sia più esaltante della politica, attività totalizzante, arte anch’essa, che tanto pretende e tanto dà, permettendo d’influire sulla vita degli altri, di modificarla, per quel poco o tanto che gli esseri umani è dato di incidere sull’altrui destino. In certi momenti di grazia si ha veramente la sensazione di essere stati utili, di aver costruito qualcosa che potrà durare nel tempo.
Per questo “maltrattare” la politica, ridurla a mero esercizio di potere, o peggio ancora a puro interesse personale, è un atto gravissimo, che uccide la speranza, oltre che un atto stolto, perché, così facendo, si perde il bello della politica, e si vive solo dei suoi cascami. Che quelli sì, la rendono noiosa, ripetitiva, una nociva perdita di tempo, e le tolgono l’anima».

E' evidente da queste parole che Tina Anselmi costruisce la democrazia amando la politica, non maltrattandola. Amando la politica, non aggiungo altro.

Era “partigiana della democrazia sostanziale”, che è il cuore della nostra Costituzione. Nella nostra Costituzione le libertà si incontrano con i diritti e con i doveri. Il concetto di uguaglianza e di giustizia non è formale, è sostanziale. Non basta dire che Tina Anselmi è stata la prima donna ministro: è stata un ministro che ha fatto delle riforme fondamentali. Non è stata ministro perché era donna, lo è stata perché era brava, perché le cose le faceva e la forza del suo valore non si può ascrivere alla biografia di tanti uomini ministri di questa Repubblica.

Lasciatemi ricordare le sue riforme fondamentali.

La parità uomo/donna -quanto siamo lontani ancora da raggiungere questo obiettivo ! - Anselmi fa il ministro del lavoro e va a toccare questo punto preciso; anche qui ci vuole coraggio, anche qui ci vuole coerenza e anche qui ci vuole prudenza. E tutto questo passa per la sua capacità di dialogo, di confronto, di pazienza con tutti.

Il servizio sanitario nazionale. La 833 è certo frutto di un determinato periodo storico e politico, ma è stata lei a portare a termine quella riforma insieme alla riforma della chiusura dei manicomi, che significa bandire dalla nostra società il criterio della segregazione del diverso, perché questa è democrazia partigiana della Costituzione. Quella riforma, la 833, resta un caposaldo della nostra democrazia, ne è una delle colonne portanti. E tutte le volte che si è provato a tornare indietro rispetto a quelle scelte, si è fatto del male e si continua a fare del male anche oggi. È inutile che spenda parole per dire che come ministro della sanità venne sostituita da Renato Altissimo del PLI, partito che non aveva votato la riforma, e che da lì inizia la fase dello smantellamento del Servizio sanitario regionale. Con i governi Prodi abbiamo cercato di riprendere quella grande riforma, che però non è ma mai stata attuata fino in fondo. Resta comunque un punto di riferimento fondamentale.

Democrazia fondata sul valore della laicità; Tina Anselmi è la donna che insieme a Rosa Russo Iervolino e a Maria Eletta Martini, è seduta al tavolo per le riforme che non portano il sigillo della Democrazia Cristiana. Penso fra tutte a quella dell'aborto e penso che quella legge non avrebbe avuto alcuni contenuti, se non avesse avuto il contributo di chi non la condivideva. Quanti insegnamenti per fare l'opposizione in Parlamento, mi verrebbe la voglia di dire! Diventata poi ministro, Anselmi firma quella legge che non ha votato, sfidando anche resistenze non meno forti di altre in quel momento. Perchè un Ministro non può non rispettare la volontà del Parlamento.

Coraggio, coerenza e prudenza.

E poi si arriva alla fase nella quale la vita di Tina Anselmi si ricongiunge con il suo inizio, perché inizia ad essere “partigiana della democrazia” contro il volto più atroce del potere e finisce combattendo i poteri occulti che attentano alla democrazia. Prima il terrorismo, che combatte apertamente (la vicenda Moro la trova pienamente protagonista), poi presiedendo la commissione P2 dove si oppone al potere che corrode la democrazia in nome della segretezza e dei poteri occulti. Questa è un'altra fase che ancora vale la pena riaprire perché non è finita. Sulla vicenda Moro mi limito a dire che, essendo colei che teneva i rapporti con la famiglia, avrebbe voluto trovare una strada non per trattare con le BR, ma per salvare la vita di Aldo Moro. E forse l'alternativa tra trattare e non trattare esisteva, e Moro nelle sue lettere la scriveva. Ce ne siamo accorti dopo. Tutta la sofferenza di quegli anni non può essere dimenticata.

Ma  è presiedendo la commissione P2 che Anselmi acquisisce grande popolarità in tutto il Paese, e grandi nemici dentro il palazzo.

Conclude però lì la sua parabola, la conclude perché gliela fanno pagare. Le fanno pagare la lista dei nomi, le fanno pagare di aver affermato che c'è un potere che in maniera occulta, parallela e segreta si organizza con i suoi uomini dentro le istituzioni per sviarne gli obiettivi ad altri fini, verso altri poteri. Quando i poteri che vanno contro la democrazia stanno per conto loro è facile combatterli, è quando si mimetizzano tra noi che è difficile combatterli. E lei lo ha fatto, lei li ha chiamati per nome e cognome. La beffa della storia è che si chiama “legge Anselmi” una legge in cui lei non si riconosceva perché è una legge incostituzionale dato che le società segrete sono bandite dalla Costituzione  in quanto tali. Invece la legge Anselmi dice che sono proibite le associazioni segrete che perseguono altre finalità. Non ci sarebbe bisogno di formare associazioni segrete se non si dovessero perseguire altri fini rispetto a quelli previsti dall’ordinamento. Non c'è nessun segreto da apporre al corso della legge, agli obiettivi che devono raggiungere le istituzioni. Se tu fai una società segreta tu crei un ordinamento separato e la democrazia della Costituzione non consente ordinamenti separati. Perché la democrazia si basa su tre principi fondamentali: si persegue il bene comune non il bene di parte, lo si fa in maniera trasparente e con metodi pacifici. Chi si associa segretamente è contro questi tre principi, perché copre con il segreto metodi non trasparenti, perché sicuramente non persegue l'interesse generale, anzi per perseguire l'interesse particolare è disposto ad usare qualunque mezzo. Io credo che questa sia una battaglia ancora attuale, molto attuale, che Tina Anselmi ci ha consegnato. Ha fatto altre cose, molte altre cose, ma la sua parabola sostanzialmente si chiude qui.

Per concludere voglio ripetere che noi le dobbiamo molto e se vogliamo essere partigiani con lei non possiamo prescindere da quello che ha fatto e da come l'ha fatto. E forse non possiamo neanche prescindere dagli ultimi anni della sua vita, dal suo silenzio, dal suo oblio, anche di fronte a se stessa per la malattia che l'ha colpita.

Intervento svolto in occasione del Convegno promosso dalla Fondazione Nilde Iotti.

 
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