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Non c’è tempo per fermarsi a capire

di Marialba Pileggi



Rouen e la violenza di questi mesi mi ricordano la mia tesi di laurea a partire dal rogo di Moelln. Yelise (10 anni), Ayse (14 anni) e Bhaide (51 anni) sono bruciate vive nella loro casa. Era il 23 novembre del 92, dei giovani rivendicano con una telefonata la violenza razzista contro quei corpi femminili...andate siamo stati noi Heil Hitler. 



Non è né la notte dei cristalli né quelle due bambine e quella donna turche avevano partecipato a una notte del sabba. E’ una notte della Germania dopo la caduta del muro.

 

Da qui  l’orrore, l’inquietudine e la voglia di capire. Quel rogo scherniva il mio immaginario: essere giovani sembrava poter significare essere vittime e carnefici di se stessi. Nell’Europa del dopo 89 proprio quando sembra prendere le mosse l’unificazione dell’umanità, non è possibile –continuavo a ripetermi- prendere atto che giovani ammazzano giovani per una sfumatura del colore della pelle.

 

Eppure quei corpi arsi vivi toglievano ogni dubbio. Misuravano lo scarto tra l’immaginario di sinistra e l’esistente. In queste forme non c’era mai stata una equazione così orripilante per definire una divisione nelle giovani generazioni, neanche negli anni 30, nel nazismo e nei fascismi. Tantomeno dal 68 in poi.

 

Almeno in Italia non era stato visibile altro se non l’equazione tra giovani e sinistra anche quando si presenta  sulla scena una generazione violenta come nel 77 e si innesta una rottura tra giovani e sinistra. Voglio dire che mai divisioni e conflitto tra le giovani generazioni si esprimono nella equazione giovani/ razzismo. In quell’immaginario erano sempre stati visibili l’agire non violento e pacifista dei giovani, i giovani come soggetto della trasformazione.

 

Moelln portava invece alla luce l’inadeguatezza del mio modo di rivolgermi al mondo: la politica. Mi diceva che era giunta alla fine una pratica, un modo di esistere, un dire fatto di clichè e di sogni. Toccavo con mano le illusioni e l’impotenza della sinistra a capire, prima ancora che a cambiare l’esistente. In una parola prendevo atto simultaneamente della mia cecità e della mia inutilità.

 

Quei fatti mi obbligavano all’azione, ma l’azione era fermarsi a capire. Mi tornava in mente Simon Weil. Meditavo sulla sua semplicità …una cosa è più semplice di un’altra quando è impossibile pensare la seconda senza aver pensato alla prima. Per me diveniva sempre più difficile fare politica senza pensare agli interrogativi che quei giovani mi ponevano: come è possibile; da dove nasce; perché giovani di volta in volta uccidono giovani, e questo appare un fatto mostruoso che produce soltanto reticenza.

 

E perché anch’io sino ad allora ero stata incapace a dare una risposta ma anche incapace a trovarla tra quanti si erano occupati di giovani o di razzismo. Eppure la voglia di capire non era da studiosa (e tantomeno da giovanologa). Interrogava me stessa, la mia cultura, la mia esperienza, la mia scelta di vita. E non tollerava rinunce.

 

Ed è così come ho già scritto nei testi già pubblicati che scopro in primo luogo  quanto il razzismo sia un sistema profondamente radicato nelle strutture della società. Non è un psicosi dovuta alla incapacità degli individui di tollerare la differenza, men che mai un sentimento personale bensì una contraddizione profonda, originaria e irrisolta delle forme storiche e delle istituzioni dell’universalismo. In secondo luogo ho scoperto che il mondo dei giovani è altro dal sogno della sinistra.

 

E’ un mondo sconfitto e solitario, attraversato dall’angoscia di morte, un mondo profondamente coinvolto nei processi di perdita di senso. Attori e testimoni di crisi indecifrabili i giovani a partire dalla forma di Stato sono  centrali e non marginali nella convivenza umana.  Non avevo presupposto la loro centralità, né in quegli anni ho incontrato molte autorità che abbiano sottolineato la loro presenza nelle novità teoriche e pratiche che segnano il razzismo degli anni 80 e 90.

 

Che i giovani fossero protagonisti di un passaggio imprevedibile nel razzismo in Europa; che essi potessero assumere il ruolo di figure perverse della crisi dell’universalismo occidentale; che potessero essere visti come destinatari di una proposta, estrema quanto si voglia, alla crisi dell’Europa: tutto questo l’ho capito con Carpentras. La profanazione del suo cimitero è una violenza che sorprende e atterrisce. L’altro, il nemico, perde il colore, l’etnia, il suo corpo, e tocca un’astrazione indispensabile per ogni tempo.

 

Eppure quei giovani non ci sono; essi sono a Carpentras un prodotto indiziario della società e delle sue istituzioni: media, polizia, opinione pubblica, memoria collettiva. Sono una invenzione delle destre estreme e radicali (gli skinheads). Sentirli come necessariamente implicati, attori di un evento che scuote il cuore dell’Europa evoca paure e memorie collettive, e  dalla cronaca irrompe e rivoluziona la mia lettura dei fatti.

 

Da qui la presunzione e la possibilità di riconciliarmi con quell’immaginario; far sì che ritorni visibile il senso dell’esistere e la relazione con la vita. Non la potenza della morte.

I giovani e le ragazze che incontro ogni giorno non hanno queste paure. Vivono una violenza senza precedenti e un terrorismo che unifica il mondo dal centro alla periferia sino a cancellare in Europa il sistema di equilibrio democratico e costituzionale. Il referendum  di giugno scorso in Gran Bretagna lo conferma.

 

Vedremo in autunno nel nostro paese. Rouen però avviene in Francia e mi spaventa per questo. Non c’è più il tempo per fermarsi a capire  quando si uccide in un luogo sacro nel nome di Daesh o Stato islamico.

 

Deve tornare la politica  e il suo rinnovamento, almeno per me. E’ possibile? O dobbiamo rassegnarci al mestiere che le Front national ha sempre svolto anche quando non aveva ambizioni di governo,  e a presidenziali che avranno questo segno non solo in Francia ma anche in America? Certo le piazze e il dolore dei giovani di Cracovia possono rovesciarlo.

 

Marialba Pileggi

 
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