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Elettra Pollastrini



di Elena Luviso



Elettra Pollastrini, eletta per il Partito comunista italiano all'Assemblea Costituente, era nata a Rieti il 15 giugno del 1908, in un'Italia governata dalla monarchia sabauda e da un Parlamento liberale; il 1908 era stato un anno importante per il movimento emancipazionista e l'associazionismo femminile: si era aperto infatti a Roma il primo Congresso nazionale delle donne italiane con più di 30 associazioni intervenute, inaugurato da Ernesto Nathan, figlio della mazziniana Sara Levi Nathan.

Con il padre Guido Arceri e la madre Giuseppa, Elettra si trasferì a La Spezia dove ottenne la licenza tecnica. Nel 1924 insieme alla madre raggiunse il fratello Olindo, rifugiato in Francia per sfuggire alle persecuzioni fasciste; divenne una dirigente delle organizzazioni femminili italiane. Dopo essere stata impiegata in varie fabbriche, nel 1930 ottenne un lavoro come correttrice dei compiti in lingua italiana all’Ecole universelle par correspondance, e aderì alla Lega internazionale di donne per la pace e la libertà, una potente, ma ancora in parte da scoprire, associazione che mostrava come la mancanza di diritti civili e politici fondamentali fosse un denominatore comune per le donne in moltissimi paesi, non solo europei.

Nel 1933, si iscrisse al Partito Comunista francese prendendo parte come delegata al Congresso Mondiale contro la guerra e il fascismo a Parigi. Contribuì a organizzare i comitati dell’Unione Donne Italiane aderenti all’Unione Popolare italiana cui facevano riferimento antifascisti italiani emigrati.

Nel ’34, s’iscrisse al Partito Comunista d’Italia ed ebbe per qualche anno l’incarico di redattrice di <<Noi Donne>>. Con lo pseudonimo di Myriam era incaricata dell’attività politica e di propaganda nei gruppi comunisti di lingua italiana. Prese parte nel ’36 alle riunioni dei comitati per la propaganda contro il fascismo e la guerra in Abissinia. Nel 1937, fu inviata in Spagna come componente di una delegazione internazionale femminile per gli aiuti e la solidarietà al popolo spagnolo; in questa occasione partecipò al congresso delle donne spagnole a Barcellona e Valencia. Nel ‘38 rientrò in Francia, dove organizzò i comitati femminili dell'Unione popolare italiana, collaborando alla <<Voce degli italiani>>.

Nel settembre del 1939 fu arrestata e rinchiusa prima nel carcere femminile della Roquette, poi nel campo di concentramento di Rieucros, dove incontrò Teresa Noce. Fu poi confinata in Italia nel 1941, nella città natale, Rieti, dove riuscì a riprendere in modo clandestino l'attività politica. Sempre a Rieti dopo il 25 giugno diede impulso alla prima organizzazione del Partito Comunista. Nell'ottobre del 1943, fu arrestata dalla polizia tedesca, imprigionata nel carcere romano di Regina Coeli, processata e infine deportata in Germania nel gennaio del 1944; fu condannata ai lavori forzati nel carcere duro di Aichach.

Nel ‘45 fece parte della Consulta Nazionale, mentre l'anno successivo fu eletta alla Costituente con più di 5000 voti di preferenza. Nel suo Comune ebbe anche l'incarico di Assessora all'Assistenza; nel 1948 fu eletta Deputata nella circoscrizione elettorale di Perugia, Terni, Rieti per la lista del Fronte democratico popolare. Lavorò nella XI commissione Lavoro, emigrazione, cooperazione, previdenza e assistenza sociale, assistenza post bellica, igiene e sanità pubblica. Nel 1953, nella seconda legislatura repubblicana fu rieletta alla Camera dei deputati subentrando ad Armando Fedeli che optò per il Senato. In questa seconda legislatura fece parte della settima commissione Lavori pubblici. Nel 58, a due anni di distanza dall'invasione dei carri armati sovietici in Ungheria venne inviata a Budapest come giornalista; lavorò per cinque anni nella redazione della radio; tornata in Italia continuò a lavorare sia nella federazione comunista romana che in altre organizzazioni di partito.

Nell'assemblea costituente, nella discussione degli articoli 30-34, Titolo III:Rapporti economici, Elettra Pollastrini era cofirmataria di un emendamento insieme a Nadia Gallico Spano, Teresa Noce, Teresa Mattei, Rita Montagnana, Angelina Merlin, Maria Maddalena Rossi, Adele Bei, Nilde Iotti e Angiola Minella, con il quale si intendeva sottolineare che le condizioni di lavoro dovessero non solo consentire alla donna l'adempimento della sua essenziale funzione familiare, ma anche assicurare alla madre e al fanciullo una speciale e adeguata protezione. Emendamento che in un certo senso faceva il paio con quello di Di Maria Federici, cofirmataria di un emendamento con cui si proponeva di garantire la parità di diritti non solo alla donna lavoratrice, ma la donna in generale; Maria Federici chiedeva che le condizioni di lavoro da prevedere per la donna fossero tali da permettere l'adempimento non solo nella sua funzione familiare ma anche il “sano svolgimento della maternità” e si meravigliava che una norma costituzionale dovesse stabilire che a due lavoratori di sesso diverso ma con lo stesso lavoro spettasse una stessa retribuzione.

Elettra Pollastrini prese parte anche alla accesa discussione che si svolse intorno all’aggettivo essenziale dopo ‘funzione familiare’ e alla richiesta di completamento dell’art. 33: assicurare alla madre e al fanciullo una speciale, adeguata protezione. L’intervento fu svolto dall’on. Lina Merlin, che ne chiese la soppressione come uno dei tanti pleonasmi che infioravano la Costituzione,. Nanto più se i redattori avevavno voluto usare quel termine con un significato limitativo, ormai superato dalla realtà economica e sociale, che cirocscriveva l’attività della donna nell’ambito della famiglia.

Ancora, Elettra Pollastrini, insieme alle onorevoli Gallico Spano, Teresa Noce, Teresa Mattei, Rita Montagnana, Lina Merlin, Maria Madddalena Rossi, Adele Bei, Nilde Iotti, Angiola Minella, avevano proposto alla fine dell’articolo 33 “assicurare alla madre e al fanciullo una speciale, adeguata protezione, di sostituire la parola fanciulo con ‘bambino’. L’emendamento fu accettato.

Nella I Legislatura, firmataria Teresa Noce, con altre Colleghe comuniste e socialiste, nel ’48 si era prodigata per la tutela della maternità, un vero nodo, perché ai di là delle dichiarazioni retoriche, la maternità restava per le donne una non scelta, spesso un obbligo, quasi mai un piacere almeno per le lavoratrici, la stragrande maggioranza, che riusciva difficilmente a conciliare figli e lavoro. Una situazione che, mutatis mutandis, ricorda molto le difficoltà attuali. Certamente la lotta per la tutela della maternità un tempo riguardava un periodo minimo di astensione secondo la Convenzione di Washington, dalle 14 alle 16 settimane, e l’assicurazione obbligatoria anche per le lavoratrici agricole, con l’esclusione da lavori nocivi alla salute come il macero della canapa, monda, trapianto, essiccazione del riso; orizzonti lavorativi lontani dal mondo di oggi, ma problematica è rimasta una reale conciliazione fra vita professionale e famiglia, mentre il lavoro agricolo sommerso riguarda oggi popolazioni immigrate e meno tutelate.

Nella II Legislatura, come la Merlin, qualche anno dopo, per il disastro che colpì il Polesine, intervenne sulle alluvioni che avevano danneggiato il reatino, nel 1952; chiese non solo aiuti, anche per un piano organico di opere idrauliche e forestali per impedire quelle calamità cui da anni assistiamo, seguiti al disboscamento e alla cementificazione.

Insieme ad altre Colleghe comuniste e socialiste, nella II Legislatura fu co-firmataria di una legge per la tutela dei figli nati fuori del matrimonio, prima firmataria Maria Maddalena Rossi, che suscitava non poche perplessità nelle deputate democristiane. L’equiparazione dei figli illegittimi era una vecchia battaglia dell’associazionismo pre fascista, che, come il divorzio, aveva trovato ostilità anche fra le donne stesse: quelle benestanti e ricche temevano di dover dividere l’asse ereditario familiare con figli illegittimi o presunti tali avuto dal marito in relazioni extra coniugali; quelle povere temevano di vedere aumentare il peso della povertà. Per le Deputate era comunque ben presente lo scompiglio che la guerra, come tutte le guerre, aveva portato nella società italiana, con il carico di lutti, di reduci, di scomparsi e la formazione di nuovo nuclei familiari di fatto con figli non riconosciuti. In particolare, per la firmataria, Maria Maddalena Rossi, ebbe un peso anche l’esperienza personale fatta nel Cassinate e nel sud Lazio, zone dove erano avvenute le cosiddette ‘marocchinate”, stupri e violenze carnali su donne e bambine che in molti casi avevano avuto come conseguenza figli naturali e non voluti.

Elettra Pollastrini rimane una di quelle figure meno note rispetto ad altre Costituenti che invece, avendo continuato a lavorare dentro e fuori il Parlamento, nel Partito Comunista, nella società civile e all’estero, in anni di difficile dialogo per la spartizione del mondo in due blocchi, e decisivi per la pace, andrebbe approfondita.

 
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