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Angiola Minella Molinari



di Marco Citterico



Angiola Minella nacque il 3 febbraio 1920 a Torino in una famiglia appartenente alla medio-alta borghesia; il padre Mario era un noto ingegnere e fu direttore delle miniere di Cogne e successivamente della società Reale mutua assicurazioni a Torino, la madre Emilia Cabitto era casalinga.

I nonni materni ed Emilia erano originari di Noli (il nonno era medico condotto del paese), il nonno paterno invece era farmacista a Crescentino, località del vercellese dove nacque anche Mario. I genitori di Angiola si conobbero a Noli dove la famiglia benestante del padre era solita trascorrere le vacanze estive.
Mario Minella fu assassinato il 13 giugno del 1932 con tre colpi di rivoltella, sul pianerottolo di casa, dall'avvocato ed ex collega Giovanni Larghi2. Lasciò alle sole cure della madre le figlie ancora in tenera età: Angiola di dodici anni e la sorella minore Maria Pia di cinque.

Angiola, soprannominata Lola da familiari e conoscenti (soprannome che utilizzò anche per firmare molti articoli nel dopoguerra, soprattutto sul settimanale dell'Udi "Noi donne" e sul quotidiano a cura della Sezione del Pci di Noli "Falce e martello") frequentò le scuole elementari e medie a Torino e si iscrisse al liceo classico "Massimo d'Azeglio", il più quotato della città, frequentato anche da persone illustri, quali alcuni componenti della famiglia Agnelli e molti futuri scrittori e politici della prima repubblica.

S'iscrisse successivamente alla facoltà di Lettere e Filosofia presso l'Università di Torino e, per non rinunciare alla passione per la medicina trasmessale dai nonni, dopo lo scoppio della guerra, frequentò e superò il primo anno di Corso per infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana, cominciando ad operare nell'ospedale provvisorio di Bra, in provincia di Cuneo. Sistematasi presso una famiglia del posto, si dedicò all'assistenza dei malati, finì gli studi e si laureò.

Durante la permanenza a Bra entrò in contatto con gruppi di partigiani badogliani, generalmente fedeli al Re, e con loro iniziò la sua partecipazione alla Resistenza (dal 1˚ novembre 1944).
Dopo una serie di bombardamenti su Torino in cui venne rasa al suolo anche la sua casa, Angiola con la madre e la sorella lasciarono definitivamente la città natale per trasferirsi, prima a Desenzano e poi a Noli presso la nonna materna.

Inizialmente proseguì nella sua attività di crocerossina facendo la spola tra Bra e Noli e qui, successivamente, si impegnò come staffetta, svolgendo l'attività di collegamento tra i partigiani garibaldini in montagna e i Gap, Gruppi di azione partigiana che operavano in città.

Fu dunque partigiana combattente dal 1° gennaio 1945 nella divisione Sap "Antonio Gramsci" brigata "Vincenzo Pes" (che prendeva il nome da un partigiano caduto di Vado Ligure); le Sap, Squadre di azione partigiana, erano formazioni semiclandestine e meno militari che operavano nella zona di collina come collegamento tra la città e la montagna.
È grazie a questa scelta di appartenenza che Angiola, per la prima volta, aderì ad un'idea politica ben precisa, entrando a far parte della Resistenza comunista, col nome di battaglia "Zoo".

A guerra finita fu insignita, per i suoi meriti, del riconoscimento di "partigiana combattente" e poi della "croce di guerra".
Anche la sorella Maria Pia, conosciuta con il nome di lotta di "Esperia", fu partigiana combattente dal 22 settembre 1944 nonostante la giovane età.

Entrarono in contatto, separatamente, con gli stessi gruppi di Resistenza attivi presso Noli, svolgendo i loro compiti di staffetta di nascosto dalla madre.

Dopo la Liberazione, Angiola iniziò a frequentare la Federazione del Partito Comunista di Savona dove conobbe e si innamorò del comandante partigiano "Vela", Piero Molinari, un uomo taciturno, affascinante, un ligure schietto che apparteneva ad un'umile famiglia. Piero aveva svolto la mansione di operaio presso l'azienda Scarpa & Magnano. Proletario e comunista convinto aveva collaborato alla costruzione del Partito comunista clandestino.

Fu arrestato dal regime fascista e, dopo un anno di carcere, venne processato dal tribunale speciale di Savona e inviato al confino per tre anni, alle isole Tremiti.

Tornò in Liguria durante la guerra, ricoprì un ruolo di comando nella Resistenza ligure e, finita la guerra, non rientrò in fabbrica, ma si dedicò all'attività politica divenendo anche sindacalista della Cgil.
Pochi mesi dopo il loro incontro, Angiola e Piero, decisero di sposarsi sebbene la madre di Angiola si dimostrò contraria al matrimonio, non ritenendolo consono al livello sociale della loro famiglia. Non fu rispettata nemmeno la consuetudine secondo la quale il futuro marito dovesse presentarsi alla famiglia della sposa per chiedere il consenso al matrimonio.

Le nozze si celebrarono ugualmente, con rito civile, la vigilia di Natale del 1945 e per i primi anni i due vissero presso la casa dei genitori di Piero.
Angiola e il marito avevano due caratteri completamente diversi, lei molto espansiva e lui più chiuso e introverso.
Nel 1950 nacque Laura, la loro unica figlia.

In quello stesso periodo Angiola si dedicò all'organizzazione legale dell'Udi, l'Unione donne italiane6 (movimento femminile espressione della sinistra italiana) della quale diventò una delle dirigenti sia a livello regionale che nazionale (dal novembre del 1951 fu presidente dell'Udi di Savona e negli anni Sessanta fece parte della presidenza dell'Udi di Genova). Fu attiva collaboratrice della rivista del movimento, "Noi donne".

La sua posizione di prestigio in questa organizzazione le consentì, negli anni a venire, di portare in Parlamento le istanze femminili e presentare proposte di legge in merito: famosa fu la battaglia parlamentare, durante la Terza legislatura, per la garanzia di previdenza sociale a favore delle ostetriche.

Le sue argomentazioni erano mosse da ideali forti di emancipazione e riguardavano il ruolo delle donne nella società, per questo, nell’ambiente parlamentare, Angiola era spesso chiamata (ed ella amava questo epiteto) “deputato delle donne”.

Nell’ottobre del 1945, dall’idea di una compagna di partito che propose l’accoglienza, durante l’inverno, di otto bambini orfani di un quartiere milanese, nacque il Movimento di ospitalità, un movimento di solidarietà popolare per la salvaguardia dell’infanzia negli anni del dopoguerra. L’organizzazione si poneva l’obiettivo di trasferire i bambini in difficoltà economiche e sanitarie verso città meno colpite dai bombardamenti. Si partì dalle città più distrutte come Milano, Torino, Roma, per arrivare a Cassino, Napoli e alla Sicilia, garantendo, dal ’46 ai primi anni ’50, l’ospitalità a decine di migliaia di bambini offerta da parte delle famiglie dei lavoratori dell’Emilia, della Toscana, della Liguria e di molte altre regioni e località d’Italia.

Angiola partecipò, come membro dell’Udi, a questa opera di solidarietà che vedeva coinvolto anche il partito, le cooperative e i sindacati, tutti coordinati dal “gruppo della stufa rossa” con a capo Teresa Noce.

Questa importante esperienza venne raccontata da Angiola nel libro “Cari bambini, vi aspettiamo con gioia... Il movimento di solidarietà popolare per la salvezza dell’infanzia negli anni del dopoguerra”, pubblicato nel 1980 con Nadia Spano e a cura di Ferdinando Terranova.
Negli stessi anni la Minella, che frequentava le riunioni di partito a Savona con il marito, venne eletta membro della segreteria della Federazione provinciale del Pci.
Di lei si scoprì, ben presto, un pregio straordinario: parlava bene, non perdeva mai il filo del discorso, era appassionata.

In occasione delle elezioni amministrative comunali, le prime dopo la liberazione e le prime in cui fu garantito il diritto di voto, attivo e passivo, alle donne, Angiola fu candidata nelle file del Pci.
Venne eletta consigliere il 29 marzo 1946 e l’8 aprile il Consiglio Comunale savonese approvò, con 26 voti, la sua nomina ad Assessore supplente alla Beneficienza (oggi Sanità e Servizi Sociali).
Fin dal suo primo impiego politico Angiola affrontò i temi che divennero poi i principali di tutta la sua esperienza politica.

In una Savona distrutta dalla guerra, cercò di porre al centro dell’attenzione politica le categorie più deboli e in difficoltà sotto il profilo sanitario e sociale: le donne e i bambini.
A giugno dello stesso anno fu candidata dal Pci ligure alle elezioni per l’Assemblea Costituente e venne eletta (unica donna ligure comunista) nel terzo Collegio di Genova con 27.394 voti di preferenza.
La grande “verve” dimostrata nei discorsi e la forte personalità erano le caratteristiche che meglio la descrivevano come politico.

Emblematici due episodi accaduti proprio nel periodo di lavoro all’Assemblea Costituente. Il primo, ricordato da Mario Pallavicini su “L’Unità” del 9 aprile 1948, è quello in cui Angiola Minella, indignata per le cariche della polizia contro i lavoratori romani in sciopero, irruppe nell’Aula di Montecitorio puntando diritto verso il banco del governo su cui sedeva l’on. Andreotti, allora sottosegretario alla Presidenza, per chiedergli energicamente di far cessare ciò che stava accadendo a pochi passi dall’Assemblea. Da quel giorno si diffuse, nell’ambiente parlamentare, il detto: “l’on. Andreotti scantona, quando avanza l’on. Minella”, riportato da un numero di quei giorni de “Il Lavoro”, quotidiano della Federazione ligure del Psi.

Il secondo episodio, con riferimento probabilmente al medesimo fatto storico, è riassunto in una celebre foto pubblicata sul settimanale “Oggi” cha accosta Angiola alla famosa “Onorevole Angelina” (portata sullo schermo da un’indimenticabile Anna Magnani), la quale “mani sui fianchi” arringa un agente cercando di persuaderlo a “non rendersi complice di Scelba”, l’allora ministro degli Interni, che si distinse per le violente repressioni ordinate contro i lavoratori in piazza in difesa dei propri diritti.

Angiola entrò in contatto e collaborò con tutte le altre donne della Costituente (comuniste e anche di altri partiti) e con le dirigenti nazionali del Pci, senza trascurare le relazioni con le associazioni e le sezioni liguri del partito all’interno delle quali era molto apprezzata e popolare.
Il contributo delle deputate alla nascita della Costituzione non fu ispirato da uno sterile “rivendicazionismo di genere” ma dalla consapevolezza che lo sviluppo della società dovesse passare inesorabilmente per l’allargamento dei diritti di cittadinanza e sociali alla popolazione femminile, per la costruzione di una vera democrazia compiuta nel nostro Paese.

Così descrisse gli intenti e le speranze delle donne comuniste, Teresa Mattei in un suo intervento in Assemblea:
“La nostra esigenza di entrare nella vita nazionale, di entrare in ogni campo di attività che sia fattivo di bene per il nostro Paese, non è l’esigenza di affermare la nostra personalità contrapponendola alla personalità maschile, facendo il solito femminismo che alcuni decenni fa aveva incominciato a muoversi nei vari Paesi d’Europa e del mondo. Noi non vogliamo che le nostre donne si mascolizzino, noi non vogliamo che le donne italiane aspirino ad un’assurda identità con l’uomo; vogliamo semplicemente che esse abbiano la possibilità di espandere tutte le loro forze, tutte le loro energie, tutta la loro volontà di bene nella ricostruzione democratica del nostro Paese. Per ciò riteniamo che il concetto informatore della lotta che abbiamo condotta per raggiungere la parità dei diritti, debba stare a base della nostra nuova Costituzione, rafforzarla, darle un orientamento sempre più sicuro. È nostro convincimento, che, confortato da un attento esame storico, può divenire certezza, che nessuno sviluppo democratico, nessun progresso sostanziale si produce nella vita di un popolo se esso non sia accompagnato da una piena emancipazione femminile. [...] Ed ugualmente, là dove si sancisce ogni più importante e nuova conquista sociale è sempre compresa e spesso in forma esplicita una conquista femminile. Non vi può essere oggi infatti, a nostro avviso, un solo passo sulla via della democrazia, che non voglia essere solo formale ma sostanziale, non vi può essere un solo passo sulla via del progresso civile e sociale che non possa e non debba essere compiuto dalla donna insieme all’uomo, se si voglia veramente che la conquista affermata dalla Carta costituzionale divenga stabile realtà per la vita e per il migliore avvenire d’Italia.”

Tema centrale dell’attività della Minella in questi anni fu quello della solidarietà secondo la nuova concezione di assistenza, da lei propugnata, che si contrapponeva all’idea di “beneficienza” come “grazioso dono” offerto dall’alto ai più poveri da parte delle “dame di carità” o dalle classi più abbienti, gelose tuttavia dei propri privilegi. A questo proposito risulta chiaro e riassuntivo l’intervento da lei tenuto durante la seduta del 25 Maggio 1958 alla Camera dei Deputati.

“[...] la Costituzione sostituisce in modo definitivo ogni residuo concetto dell’assistenza come fatto caritativo, limitato all’ambito dei più poveri, con il moderno concetto dell’assistenza come servizio sociale dello Stato, fondato sul riconoscimento del diritto del cittadino al mantenimento e ad una serie di prestazioni che la società deve fornirgli quando si trovi in determinate condizioni, quali l’indigenza, la malattia, la vecchiaia, la maternità, l’infanzia.
[...] In tal senso una vera riforma dell’assistenza in Italia non può, a nostro avviso, impostarsi se non sulla base dell’unificazione e del coordinamento dei vari servizi al centro, sotto la responsabilità di un ministero unico, che a noi, come a molti di voi, sembra dover essere il Ministero della sanità; di un effettivo decentramento di funzioni agli enti locali, alleggeriti dagli attuali controlli prefettizi, rafforzati nella loro autonomia, affiancati da appositi organi collegiali; della instaurazione di un sano rapporto tra iniziativa pubblica e privata sulla base di una chiara definizione delle funzioni e dei limiti di queste e di un adeguato rafforzamento dei servizi e degli istituti a carattere pubblico. [...] Ma, soprattutto, una vera riforma dell’assistenza non può – a nostro avviso – non basarsi, come punto essenziale di partenza, se non su di un metodo nuovo di definizione e di accertamento del bisogno, metodo realistico di ricerca e di valutazione che metta al centro di tutto il sistema l’assistito, con le sue sofferenze, le sue necessità, la sua reale condizione umana, la sua dignità personale, proporzionando gli aiuti all’entità reale dei bisogni, cosicché l’assistenza possa essere liberata da tutto quello che di arbitrario, di discriminatorio, di umiliante, di fiscale persino, la caratterizza ancora oggi, per trasformarsi in un effettivo pieno diritto umano e sociale.”

Dopo la dura campagna elettorale del 1948 Angiola fu eletta alla Camera dei Deputati nella Circoscrizione di Genova con 73.394 voti di preferenza. Fu per lei un grande successo personale nonostante la dura sconfitta che subì il Fronte Popolare.

Angiola fu una parlamentare di lungo corso: fu eletta alla Camera dei Deputati nella Terza legislatura e poi al Senato della Repubblica nella Quarta e nella Quinta; fu in questo favorita dalla caratura internazionale assunta fra il 1953 e il 1957, quando, non rieletta, fu inviata dall’Udi, in accordo con la Direzione del Pci, a rappresentare l’Italia nella Federazione democratica internazionale delle donne10 (Fdif) con sede a Berlino Est. Nel 1955 ne divenne segretaria generale11. Questo prestigioso incarico la portò a trasferirsi, con la famiglia, nella città tedesca e ad avere una buona conoscenza delle lingue: inglese, francese e tedesco.
Il marito lavorava in una radio che trasmetteva notizie internazionali in Italia mentre la figlia Laura frequentava le scuole elementari.

Angiola era molto impegnata nei lavori dell’organizzazione ed ebbe modo di viaggiare ed incontrare esponenti politici di tutto il mondo, ma soprattutto del blocco orientale comunista. Svolgeva un ruolo di coordinamento tra i movimenti femminili e pacifisti.

La Fdif non ha forse raggiunto una posizione di rilievo nella storiografia occidentale per il destino che la storia ha riservato all’Unione sovietica e ai Paesi e alle organizzazioni ad essa collegati ma sicuramente ha dato un contributo fondamentale alla conquista dei diritti delle donne in tutto il mondo.
Il suo rapporto con il Partito e con i suoi dirigenti, sia a livello regionale che nazionale, fu sempre ottimo; partecipò alle accese discussioni interne ma ne condivise sempre le scelte.

Durante gli anni dell’attività politica di Angiola furono molti gli episodi per i quali dovette prendere una posizione decisa. Nel referendum monarchia-repubblica sostenne fortemente l’idea repubblicana e per la repressione in Ungheria del 1956, la rottura del fronte popolare con i socialisti, il centro-sinistra di Moro nel 1963 e la repressione in Cecoslovacchia del 1968 la sua posizione fu sempre allineata con quella del Partito. Aderì in maniera convinta anche alla nuova linea politica di Berlinguer, ma riteneva che l'esistenza di due blocchi contrapposti (egemonizzati dall’Unione Sovietica e dagli Stati Uniti) svolgesse un ruolo importantissimo di equilibrio per la pace nel mondo. In occasione del colpo di Stato in Cile nel 1973 si attivò per contrastare politicamente il regime di Pinochet e per dar voce ai perseguitati cileni rifugiatisi in Italia.

Quando nel 1974 e nel 1978 vi furono i referendum in merito alle questioni del divorzio e dell’aborto fu attiva e si schierò apertamente a favore di questi.
Come tutti i parlamentari comunisti, la Minella lasciava quasi tutto lo stipendio al Partito ed era severissima con sé stessa. Quando era a Roma, in Parlamento, affittava una stanza insieme agli altri parlamentari liguri, dividendo solo con le lenzuola la zona uomini da quella delle donne.
Era modesta nel vestire: le sue calze di lana granata, che indossava nella cattiva stagione, erano celebri quanto i suoi discorsi.

In Parlamento, nel corso di tutte le legislature in cui venne eletta, Angiola si occupò delle tematiche che divennero poi centrali nel corso della sua vita e del suo impegno politico: maternità, infanzia, disoccupazione, pace, istruzione, ambiente e sicurezza sul lavoro. Il lavoro, scriveva, “deve essere per l’uomo, non contro”.
Analizzò in tutti i loro aspetti molte questioni sociali e sanitarie che riguardavano le persone più deboli ed in difficoltà (casalinghe, vedove di guerra, madri, bambini, mutilati di guerra e del lavoro).
Caro a lei fin dai primissimi anni di attività, il tema dell’assistenza ricoprì un ruolo centrale del suo impegno politico. Angiola concentrò il suo lavoro sui problemi riguardanti il Fondo nazionale di soccorso invernale e gli Enti comunali di assistenza13 (si ricordi il problema dell’addizionale Eca), ed in particolare sui grandi problemi che minacciavano la tutela della maternità e dell’infanzia, riservando una particolare attenzione all’Ente pubblico ad essa preposto: l’Opera nazionale maternità e infanzia (Onmi).

L’impegno di Angiola per questi temi fu costante e caratterizzato da numerose proposte di legge firmate con le compagne di partito, ma non solo e da moltissimi interventi in assemblea e in commissione.
Questo intenso lavoro la condusse alla presentazione, come prima firmataria, di una proposta di legge (in data 8 febbraio 1962) importante ed innovativa: Istituzione del servizio nazionale dei nidi-asilo per la vigilanza diurna e la prevenzione igienico-sanitaria dei bambini fino a 3 anni.
L’iniziativa può essere considerata una sintesi di tutte le sue considerazioni e suggerimenti avanzati sul tema dell’assistenza alla maternità e all’infanzia.
“Si riconosce unanimemente oggi che uno degli aspetti più arretrati e inadeguati della nostra organizzazione sociale è l’assistenza, sia generica che specifica, ed in particolare quel settore dell’assistenza specifica che appare come il più delicato ed importante per la vita e l’avvenire della nazione: l’assistenza alla maternità e all’infanzia.

LE NUOVE ESIGENZE DELLA SOCIETA’ MODERNA
Il progresso – tecnico, produttivo, ideale – della società moderna ha determinato una profonda evoluzione dei principi fondamentali dell’azione assistenziale anche in questo campo.
La maternità viene riconosciuta nella società di oggi come una funzione altamente sociale che non riguarda soltanto la persona, la famiglia nei suoi più profondi valori materiali e morali, ma interessa in modo essenziale tutta la società e ne implica una particolare responsabilità di vigilanza e di intervento protettivo.

Anche dal punto di vista sanitario, oltre alla tradizionale assistenza «curativa», è maturata l’esigenza di un profondo sviluppo dell’assistenza «preventiva» che deve prima di tutto concretizzarsi – come rileva anche la relazione di maggioranza al bilancio del Ministero della sanità per l’anno scorso – in cure e tutele particolari concentrate a favore delle nuove generazioni e a difesa dei primissimi anni di vita , tanto più in un Paese come il nostro dove la mortalità infantile e la morbilità infantile, nonostante la forte diminuzione, raggiungono ancora livelli fra i più elevati in Europa, con punte elevatissime nelle regioni meridionali.

Ma è soprattutto l’entrata massiccia delle donne nel lavoro produttivo – uno dei fenomeni più caratteristici, importanti ed irreversibili della società moderna per cui nel 1960 le donne occupate in Italia risultavano già 6.463.000 cioè il 30 per cento delle forze del lavoro e di esse più di due milioni, cioè il 42 per cento circa, coniugate – è soprattutto questo processo che, provocando sostanziali trasformazioni nella vita e nella coscienza della donna, suscitando problemi nuovi e complessi per l’equilibrio materiale e morale della famiglia pone oggi il problema della difesa della maternità e dell’infanzia in termini radicalmente nuovi, che esigono il superamento di ogni residua tradizione assistenziale di tipo facoltativo o caritativo per conferire alla società – come sancisce la Costituzione della nostra Repubblica – il preciso dovere di garantire adeguata tutela attraverso l’intervento pubblico a tutte le madri a tutti i bambini e, in primo luogo, alla madre lavoratrice onde «consentire alla donna che lavora l’adempimento della sua essenziale funzione familiare ed assicurare alla madre e al bambino una speciale protezione».
Ma anche in questo campo, pur così importante e delicato, la Costituzione è rimasta inattuata.

CARENZA DEL SISTEMA ATTUALE
In relazione a tali problemi e a tali compiti, estremamente gravi appaiono le carenze che caratterizzano l’attuale sistema di assistenza alla maternità e infanzia nel nostro Paese e indilazionabile l’esigenza di un radicale rinnovamento delle strutture e degli indirizzi tuttora esistenti, particolarmente nel settore specifico cui si riferisce la presente proposta di legge, quello cioè che riguarda l’assistenza sociale e la vigilanza dei bambini da 0 a 3 anni.
In Italia, esaminando il bilancio delle realizzazioni dell’O.N.M.I., non è difficile constatare che tale bilancio, se ha una certa consistenza (pur con gravi limiti) per quanto riguarda la tutela sanitaria degli infanti attraverso la rete di consultori e di ambulatori esistente, è del tutto insufficiente per quanto riguarda l’opera di assistenza e di vigilanza sociale.
[...] Per quanto riguarda le norme della legge 26 agosto 1950, n. 860 che sanciscono l’obbligo per i datori di lavoro di istituire nelle proprie aziende a mano d’opera femminile camere di allattamento o nidi asilo o di contribuire a proprie spese alla loro istituzione, tali norme sono rimaste nei fatti quasi completamente inattuate. [...]


FINALITA’ E CONTENUTO DELLA PRESENTE PROPOSTA
[...] Alla luce della nostra esperienza attuale e delle esperienze di altre nazioni, la soluzione più idonea appare ai proponenti la istituzione di un nuovo vero e proprio servizio sociale, specificatamente destinato alla vigilanza diurna e alla prevenzione sanitaria dei bambini nei primi tre anni di vita attraverso la creazione di un’ampia, capillare moderna rete di nidi-asilo di carattere pubblico, organicamente distribuiti e democraticamente gestiti in tutto il Paese.”
La Legge 1 dicembre 1966, n. 1081: Modifiche al regio decreto-legge 5 settembre 1938, n. 2008, e successive modificazioni concernente l'ordinamento dell'Opera nazionale per la protezione ed assistenza della maternità e dell'infanzia

(ONMI)16 fissava le regole da seguire per la composizione degli organi dell’ente ma non affrontava risolutivamente, secondo la senatrice comunista, il problema dell’intero settore dell’assistenza.
Si assistette, secondo la Minella, alla normalizzazione di un ente che avrebbe avuto bisogno di una riforma completa.
Divenne in quegli anni evidente, complici le prospettive di miglioramento e di progresso sottolineate e invocate da gran parte della società, l’importanza del collegamento tra il settore assistenziale, ed ancor più quello della maternità e dell’infanzia, con altri settori pubblici come scuola, sanità ed enti locali. L’isolamento della sezione, affidata ad un ente autonomo e accentrato come l’Onmi, troppo costoso e inefficiente, risultava ormai inconcepibile soprattutto dopo l’istituzione delle Regioni, alle quali la Costituzione attribuiva i poteri in ambito assistenziale e sanitario.
Con la Legge 6 dicembre 1971, n. 1044: Piano quinquennale per l'istituzione di asili-nido comunali con il concorso dello Stato17 vennero riprese alcune idee e proposte avanzate negli anni precedenti dalla Minella e da alcune sue compagne di partito e vennero delegate alle Regioni le competenze per lo sviluppo e l’applicazione di tale legge. La promulgazione del provvedimento rese Angiola molto soddisfatta anche per il grande sostegno che la proposta ricevette da parte della società18.

All’interno del campo del welfare la Minella riservò la sua attenzione anche all’assistenza sanitaria, alla pubblica istruzione e alla previdenza sociale (con speciale riguardo ad invalidi e reduci di guerra).
Si impegnò per molti anni nella Commissione igiene e sanità alla Camera e poi al Senato (importante il suo impegno a favore dei donatori di sangue e della promozione delle vaccinazioni).
Come già accennato, il tema del lavoro e della sua sicurezza, da sempre cardine della dottrina comunista, era molto caro alla Minella che mostrò una particolare sensibilità per le esigenze della sua regione, la Liguria. Si occupò di turismo, lavoro portuale, protezione ambientale e sicurezza abitativa.

Angiola si interessò anche di politica estera.
Esemplare fu l’intervento alla Camera il 18 marzo del 1949, nell’ultimo di tre giorni interessati da 51 ore ininterrotte di discussione parlamentare in merito all’adesione dell’Italia al Patto atlantico. La deputata comunista mise in evidenza il tradimento, da parte del partito di governo, la Dc, degli impegni presi durante la campagna elettorale del 1948.
“[...] oggi, dopo mesi di intrighi oscuri e di menzogne, voi dichiarate che, conclusione logica di quel mandato elettorale, è l’adesione al Patto Atlantico, ad un atto d’asservimento allo straniero, di impegni militari, di provocazione alla guerra, di quella politica, cioè, contro la quale hanno votato, non solo – coscientemente – i nostri elettori, ma, ingannati dalle vostre promesse, i vostri stessi elettori.

Il piano economico della prosperità e della produzione pacifica è diventato il Patto Atlantico, fucina di armamenti! Il “miracolo” Marshall, che doveva far piovere sull’Italia una manna di benefici doni, permettere le riforme, dare lavoro e benessere, essere la più sicura garanzia di pace e prosperità, liberando per sempre il popolo italiano dall’incubo della guerra, è diventato, oggi, la criminale politica di provocazione alla guerra che voi state facendo, e di cui il Patto Atlantico è lo strumento fondamentale, che dovrebbe aprire l’Italia alle armi e all’intervento americano per facilitare i piani di aggressione dell’imperialismo contro l’URSS e i paesi a democrazia popolare, per permettere alle classi capitalistiche dell’Europa occidentale, che sentono vacillare il proprio potere di fronte al progresso delle classi lavoratrici, di mantenersi al potere contro la volontà dei loro popoli, contro interessi della nazione.”19

Un altro esempio dell’impegno che Angiola dedicò alle tematiche internazionali ci viene dato da i numerosi interventi che l’hanno vista protagonista, durante la Terza legislatura, della battaglia contro il colonialismo francese in Algeria e contro l’arruolamento, mediante inganno, di giovani ragazzi italiani nella Légion éltrangère (Legione straniera). Commuovente l’intervento in cui citò le testimonianze raccolte dalle madri di questi ragazzi raggirati.
La lunga attività parlamentare della Minella contribuì a dare rilevo a quelle problematiche sociali che attraverso la discussione in Aula divennero rilevanti a livello nazionale e che, negli anni successivi al suo impegno parlamentare, furono oggetto di riforme e leggi fondamentali per lo sviluppo del Welfare in Italia.
Fu promotrice delle idee che confluirono, negli anni ’70, nella legge di riforma del diritto di famiglia e della riforma sanitaria, normative ancora oggi tra le più avanzate del mondo occidentale.

La Minella fu un politico serio e passionale, una parlamentare attenta e puntigliosa, un’oratrice eccelsa, sempre a suo agio nei comizi davanti alla gente (durante i quali usava un linguaggio semplice che colpiva molti ascoltatori) e durante gli interventi parlamentari.
Forte, risoluta, passionale e decisa, ma anche una donna di grande equilibrio.

Era amata dal popolo (in particolare dalle donne) della sua regione adottiva, la Liguria che l’ha accolta durante la guerra, l’ha vista protagonista della lotta partigiana e che poi l’ha sostenuta e apprezzata per il suo lavoro, molto attento alle esigenze e ai problemi delle persone.
Metteva l’anima in ciò che faceva, si identificava nelle battaglie politiche con irruenza passionale.

Era solita seguire le pratiche nei meandri degli uffici ministeriali, nei più diversi enti e uffici nazionali poiché era spinta e sostenuta dalla convinzione che dietro ad ogni pratica ci fosse la vita di una persona. Il suo fu un lavoro oscuro e silenzioso ma prezioso anche per stabilire un rapporto positivo con i singoli elettori.
Il suo spirito anticonformista e avventuroso la spingeva a girare l’Italia per poter incontrare e parlare con gente sempre diversa. Nei primi anni del dopoguerra raggiunse la Sicilia con il marito per una campagna elettorale; il suo viaggio da Savona a Roma era quasi sempre ricco di tappe e variazioni d’itinerario per poter attraversare paesi diversi e conoscere nuove realtà sociali.

Non si tirava indietro quando era necessario intervenire, anche lontano da casa, in momenti difficili e delicati: andò in Calabria nel dicembre 1951 per il pronto intervento ai “bambini rapiti” e fu pronta a tenere un comizio in Piazza Marconi a Savona per placare gli animi dopo l’attentato a Togliatti, ed esortare, in piedi su un camion, la folla a non cedere alla provocazione.

Dopo aver lavorato nella quinta legislatura al Senato della Repubblica Angiola non fu più candidata perché aveva già partecipato a cinque legislature (l’indicazione del partito era di due per parlamentare) e si scatenò una forte protesta in alcune Sezioni genovesi del partito che la consideravano insostituibile. Dal 1972 in avanti si impegnò a livello nazionale presso la commissione sicurezza sociale della Direzione del Partito per sviluppare una politica e una concreta riforma dell’assistenza.
Angiola morì nel marzo del 1988.

Negli ultimi periodi della vita, sebbene con una salute compromessa, continuò a dare il suo contributo attivo al partito e ordinò l’archivio della Federazione del Pci genovese. Fece un lavoro molto umile ma estremamente utile che lei era orgogliosa e contenta di fare nonostante la sua importante carriera politica.
La famiglia di Angiola sostenne sempre con orgoglio la sua esperienza politica condotta con grande impegno, devozione, ma anche sacrificio da parte dei familiari; il marito Mario, la figlia Laura erano consapevoli del fatto che la sua missione sarebbe servita a migliorare le condizioni di vita delle classi meno abbienti e a costruire un mondo migliore per le generazioni future.

 
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