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Angelina Merlin



di Fiorenza Taricone



L’attività di Angelina Merlin è stata densa, come la sua vita. Dominanti sono le tematiche che riguardano il miglioramento teorico e pratico della condizione femminile, in innumerevoli interventi e proposte di legge; fondamentali sono stati quelli sulla non licenziabilità delle donne sposate, la cancellazione della dizione N. N. dai documenti d’identità, o del rigo lasciato in bianco che voleva dire la stessa cosa, cioè bastardi, il trasferimento delle carcerate negli ospedali per partorire allo scopo di non far comparire come luogo di nascita il carcere nel documento d’identità, l’inizio della pena dopo il compimento dei due anni del figlio, la necessità di un parto indolore, l’assistenza sanitaria che doveva prestare l’ONMI(Organizzazione Nazionale Maternità Infanzia) alle partorienti bisognose, la funzione per le donne di giudice popolare.

Spicca fra tutte l’abolizione della regolamentazione della prostituzione che costituisce un capitolo a sé, per la durata che comportò l’approvazione della legge, la violenza delle reazioni anche successive all’approvazione, le ripercussioni che ebbe su tutta la problematica dei diritti civili e politici. A tutt’oggi, la legge Merlin è una delle conquiste legislative più conosciute, anche più controverse, oggetto di recenti proposte di riforma, ma ha anche circoscritto il suo impegno politico che ha spaziato su tanti temi. Fra questi, la vicinanza al territorio, il Polesine, dove si è recata tante volte personalmente per le disastrose alluvioni degli anni Cinquanta, con gli stivaloni ai piedi, per parlare con la gente; colpisce molto il cambiamento di senso da ieri a oggi del contatto con il proprio elettorato: più che mantenimento e allargamento di consensi, predominava il senso di responsabilità del proprio mandato e la voglia di conoscere al di fuori del cosiddetto Palazzo; infine, l’importanza della formazione e dell’istruzione per tutti uomini e donne, ragazzi e ragazze. Su tutto, la cura nel preparare gl’interventi in Senato, la pacatezza e lo sforzo di obiettività, la risolutezza nel rispondere alle critiche, la cura della memoria antifascista, che fu anche occasione di scontri verbali con i Colleghi.

Parto da uno degl’interventi alla Costituente perché Angelina Merlin fu una di quelle Resistenti che ebbe la fortuna di vedere qualche frutto della lotta di molti e di molte. Nella seduta del 10 maggio 1947, Merlin insieme Gallico Spano, Teresa Noce Longo, Teresa Mattei, Elettra Pollastrini, Rita Montagnana Togliatti, Leonilde Iotti e Angiola Minella chiedono di parlare sul testo originario dell’articolo 33 della Costituzione: La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.

Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare. L’emendamento soppressivo per l’aggettivo “essenziale” proposto da Barbareschi e Merlin fu respinto. Quello aggiuntivo proposto da Gallico Spano e altri fra cui Merlin, fu approvato con la sostituzione della parola bambino alla parola fanciullo. Chiede che sia soppresso come uno dei pleonasmi che infioravano la Costituzione, consacrando anche un principio superato dalla realtà economica, circoscrivere l’attività della donna alla famiglia. Tanto più era pericoloso adottare questa formula, in relazione al primo comma: la donna ha tutti i diritti, ma quali? In rapporto a chi e a che cosa? La maternità non esaurisce la sua attività. Se la costituzione deve essere quell'atto fondamentale e solenne per cui si traducono in norme i rapporti fra le esigenze etiche, sociali, economiche e gli ordinamenti giuridici, non potevamo che dare valore di legge ad una rivoluzione già compiuta nella nostra coscienza di donne. Noi sentiamo che la maternità, cioè la nostra funzione naturale, non è una condanna, ma una benedizione e deve essere protetta dalle leggi dello Stato senza che si circoscrive la e si limiti il nostro diritto ad dare quanto più sappiamo e vogliamo in tutti i campi della vita nazionale e sociale, certe, come siamo, di continuare e completare liberamente la nostra maternità …

L'onorevole Federici vi ha ampiamente descritto quali pericoli insidino la salute e la vita della donna e quella della sua creatura nei diversi e gravosi lavori extra domestici e quanto sia necessario articolare leggi protettive. Ma l'onorevole non ha detto che anche nella casa la funzione della maternità si svolge contemporaneamente al lavoro e in condizioni inumane. Non soltanto in Sicilia, nell'Italia meridionale e centrale, ma anche nelle progredite regioni dell'Italia settentrionale, vi sono case nelle quali le donne svolgono un lavoro senza avere per sé e per i loro bambini una speciale e adeguata protezione. Nel lavoro a domicilio nessuna assistenza viene loro prodigata nel periodo della maternità, né vi sono nidi, scuole, istituti sanitari per i bambini per accoglierli e sorvegliarli nel periodo in cui la madre è impegnata nel suo lavoro (pp. 1-4 Discorsi).

I Discorsi parlamentari, oltre ai materiali della Costituente dovrebbero essere un materiale di studio e lettura molto più diffuso di quanto non sia stato finora, per misurare la qualità dei rappresentanti politici, soprattutto delle donne, che non avevano una consuetudine politico-istituzionale e affrontavano un territorio tutto nuovo. Del resto, non sono la sola e non da ora, a dire che la lettura dei discorsi parlamentari dall’Unità in poi sono di per sé un insegnamento, al di là della condivisione di quanto detto, e una scuola di antipolitica.

Alcune brevi note biografiche di Angelina Merlin dimostrano ampiamente tutto ciò. Era nata a Pozzonovo nel 1887, in una famiglia piccolo borghese, di tradizioni risorgimentali e poi antifasciste; il padre era segretario comunale, la madre, maestra; insegnante lei stessa, come diceva era proletaria non del braccio, ma del pensiero, s’iscrive fin dal 1919 al Partito Socialista; si era da giovane avvicinata a quel partito perché ne condivideva il rifiuto dell'intervento dell'Italia nella prima guerra mondiale, da lei definita il più mostruoso massacro di giovani europei che la storia ricordi. Fra il 1924 e il 1926 viene arrestata per cinque volte dalla polizia fascista. Lascia l’insegnamento perché si rifiuta di prestare il giuramento fascista. E’ condannata a cinque anni di confino in Sardegna, torna nel 1930 e sposa Dante Gallani, socialista polesano. Nel periodo della Resistenza organizza l’assistenza dei partigiani a Milano ed è tra le fondatrici dell’Unione Donne Italiane, oggi Unione Donne in Italia. Senatrice in un Senato che per la prima volta si presenta come completamente elettivo, è anche l’unica donna rieletta nella seconda legislatura, 1958-1963. E’ passata alla storia, giustamente, per la famosa legge che porta il suo nome, la legge contro lo sfruttamento legalizzato della prostituzione, ma anche riduttivamente, perché è rimasta in un certo senso occultata la sua statura complessiva; l’inflessibilità morale, la coerenza politica, la serietà che metteva nella “professione” della politica, non sono state evidenti solo nella testardaggine che ha dimostrato nel seguire la legge che porta il suo nome per circa dieci anni, fino all’approvazione nel 1958, ma in tutta la durata del mandato parlamentare.

Fu vittima, a seguito della legge, di un massacro giornalistico orchestrato dai grandi tenutari delle cosiddette "case chiuse" durante la discussione della legge che l'ha resa famosa e che dura tuttora. Racconta in Senato che nel 1950, durante l’estate era andata in una spiaggia straniera e, riconosciuta, qualcuno le disse: Peccato signora che abbia proposto quella legge!l’Italia finora era rimasta il solo Paese dove si potessero comprare le donne a buon mercato. Ma Signori, io non mi lascio facilmente offendere né lascio offendere il mio Paese e ho detto: Forse nel suo Paese usano vendersi gli uomini?”, p. 114.

Intelligente, molto colta, grande lavoratrice, spiritosa, coraggiosa, onesta e indipendente, ma tutto sommata non molto amata nel suo Partito, come scrive di lei la senatrice Elena Marinucci, cui dobbiamo l’iniziativa di raccogliere e pubblicare i discorsi parlamentari; iniziativa nata dapprima con l’allora Presidente del senato Giovanni Spadolini e poi, dopo la sua morte improvvisa, portata a termine con Nicola Mancino.

Angelina Merlin aveva le stesse doti che tante sue colleghe nella Costituente e poi nelle assemblee rappresentative hanno dimostrato. Non poche delle Costituenti però non sono state poi rielette e manca a tutt’oggi una ricerca complessiva che ricostruisca le motivazioni di chi ha scelto di abbandonare la politica istituzionale e l’operato politico di chi è rimasta, anche nelle amministrazioni locali. Fra le motivazioni principali, l’effetto della misoginia dei partiti, secondo altri, un combinato disposto fra uno sguardo maschile rivolto al passato più che al futuro e la delusione o il disagio che le stesse donne provavano nei confronti di un mondo che avevano conosciuto tardi, senza alcun tirocinio.

Si diceva che il Senato avesse una donna sola, ma una di troppo, affermava di se stessa la Merlin, nel 1957, intervenendo su un disegno di legge, relativo agl’insegnanti perseguitati sotto il fascismo per ragioni politiche o razziali, riferendosi al suo vivace attivismo e a quello che era allora il convincimento maschile, secondo il quale il Senato era un posto per uomini. Senza di lei e le sue Colleghe però le donne italiane non avrebbero vista sancita, con forza nella Costituzione, quell'articolo 3, primo e secondo comma, quella parità formale indiscutibile, cui abbiamo potuto fare riferimento quando abbiamo sostenuto nuove leggi destinate a cancellare antiche discriminazioni. La Merlin appartiene a quelle numerose donne che hanno saldato la Resistenza, alla Costituente e alla politica per tutta la vita. Come tutte le donne della resistenza, si sono adoperate, ognuna come poteva e sapeva, a mantenere in vita, durante il fascismo e la guerra, anche quegli uomini che poi sarebbero stati la classe politica di questo Paese.

Rappresenta, come ho scritto nel titolo, una politica vicina ai bisogni nelle parole e nei fatti. Il suo lessico non è solo colto, ma è ricco anche di riferimenti alle situazioni quotidiane degl’indigenti, alle difficoltà della gente semplice, con nomi e cognomi, che visitava sul posto, nel caso delle alluvioni del Polesine, certamente suo collegio elettorale, ma frequentato con logica diversa da quella che si affermerà in seguito nella pratica politica, un collegio visto solo come serbatoio per riconfermare le preferenze elettorali. Mette in campo anche le sue motivazioni personali, e il suo genere, quando afferma, tra l’altro riferendo dell’adesione dell’Italia al patto Atlantico, in un’occasione che si sarebbe potuta definire, di politica pura, estera, diplomatica. Afferma: “Ma io sono una donna, venuta alle cure politiche più che per altro con la pretesa forse ingenua, ma sincera di lenire le angosce umane rese più aspre dalla guerra e ho percorso il cammino segnato da un partito che tra le pagine della sua storia di lotte e dolori, ne ha una gloriosa quella di aver strappato la maschera idealistica alla prima guerra mondiale e di averne denunciato il carattere imperialistico”. Le donne che nel passato avevano potuto elevare la loro protesta solo con il pianto e le imprecazioni, oggi tramite nuovi ordinamenti hanno la possibilità di manifestare il pensiero dove si decide la sorte dei popoli (p. 23 Discorsi).

I suoi riferimenti dottrinali vanno da Marx e Lenin, a Mazzini, quando sostiene che l’emancipazione della donna congiunta a quella dell’operaio, è la consacrazione di verità universale data al lavoro e alla pace (p.76, Discorsi) per sostenere chi aveva lottato per il cambiamento e anche per dare una direzione al cambiamento stesso: Il passato vive nel presente, il presente s’infutura. In uno dei numerosi interventi a favore del Polesine, afferma di non predicare un socialismo integrale. “anzi direi che predichiamo un socialismo alla Proudhon o di qualche altro utopista, che considerava il bene delle classi lavoratrici come la briciola che cadeva dalla mensa del ricco Epulone”p. 262.

La sua professione d’insegnante è sempre presente ai suoi occhi, per l’attenzione costante che ha verso i giovani, di entrambi i sessi. “Ai giovani noi dobbiamo molto. Dobbiamo quel che noi non avemmo. Perché nella nostra età più bella noi abbiamo visto ergersi davanti a noi i volti della tirannia e della guerra, che devono sparire per sempre dal loro orizzonte. Ai giovani dobbiamo dare tutto ciò che favorisce lo sviluppo armonico delle loro energie fisiche, la forza del carattere, lo slancio di tutto l’essere verso la bellezza, la libertà, la giustizia, la bontà. Solamente così si prepara l’avvenire”(p.87).

Richiama costantemente l’attenzione sul debito per la nascita della Repubblica, con la Resistenza, contro quelli che la offendono, o la trascurano. P. 89 Se noi di questa parte siamo usciti dalle prigioni siamo usciti dal confino e siamo ritornati dall’esilio, è per virtù della Resistenza e se lei è a quel posto, se molti dei suoi compagni di partito, e colleghi sono a questi posti come uomini liberi, non come servi in livrea del fascismo, lo dovete alla Resistenza.

Nel 1952 interviene, per dissociarsi dalla proposta di liberazione del maresciallo Kesserling, non solo a nome del partito socialista, ma anche a nome dell'Associazione Nazionale perseguitati politici italiani antifascisti, alla quale appartiene e come donna che “ comprende il pianto di tutte le donne italiane e soprattutto di quelle che hanno lasciato i loro cari alle fosse Ardeatine spinti dall'odio che gli uomini scavano tra gli uomini … Protesto con tutto l'animo mio contro questa liberazione non perché ritenga che degli uomini debbano essere puniti, ma perché avrei voluto che quell'uomo, scontando la condanna che gli era stata inflitta, avesse rappresentato la condanna di tutti gli uomini di buona volontà contro la guerra e contro l'odio che divide le creature umane, pagina 217 218.

Mette in gioco nei suoi interventi anche i suoi ricordi familiari, la biografia personale iscritta nella biografia collettiva di un’epoca. Intervenendo sulla sorte dei militari italiani in Russia, agli esordi del mandato, nel 1948, ricorda i giorni di caporetto e la conquista della Bainsizza, dove il fratello Mario Merlin dopo aver piantato il tricolore, era caduto. “Mio padre pianse, mia madre si chinò sotto il peso del dolore, per noi sorelle si spense il sorriso della gioventù”. L’anno successivo l’unico fratello superstite aveva cercato la tomba, ma non l’aveva trovata. “Dopo 31 anni, mio padre non c’è più, ma mia madre attende ancora il ritorno del figlio e provvede che non manchi mai il cibo e non vuole disfarsi del suo letto. Non ha messo quel figlio nella bara come ha dovuto mettere altri miei fratelli e non sa persuadersi che non tornerà più”. La Merlin esorta quindi a cercare i superstiti, ma anche altre vie per la pacificazione degli animi; “che si cessi di mettere agli angoli delle strade la macabra figura di uno scheletro avvolto in un cappotto e ricoperto del kolback per esasperare nell’odio il dolore delle madri, e che si cerchi la via della pacifica convivenza, almeno per evitare quella che un Pontefice che forse non fu un grande uomo politico, ma era certamente un saggio aveva ben definito l’inutile strage” (Applausi, congratulazioni, Discorsi, pp.12-13).

 
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